delfino mandariniVeniva tutti i giorni, puntuale, alle undici precise. Gli impiegati dell’Ufficio postale ormai regolavano la loro attività su questo appuntamento quotidiano. La scena era sempre la stessa. Arrivava adagio, apriva la porta a vetri e, senza neppure salire quei tre gradini, chiedeva: “C’è niente per me?” Anche la risposta era sempre uguale: “No, scià Tan, non c’è proprio nulla…” E Tan scuoteva la testa, delusa, richiudeva la porta e se ne andava con il suo passo lento, di donna anziana che ormai non aveva più nessuna fretta. Era così da tanti anni. Nessuno scriveva a Tan, ma la vecchina non perdeva la speranza, e ogni mattina metteva fiduciosa il capo dentro all’ufficio. La gente sapeva, e sorrideva di quella mania, ma non faceva nulla: sarebbe bastato spedirle una cartolina, durante una delle tante gite parrocchiali, per renderla felice. Tan era vedova, non aveva avuto figli e non aveva più parenti. Viveva sola, in un caruggiu del borgo vecchio. Era vicino al beo, dove le donne andavano a far bucato con il secchio in bilico sulla testa, e una volta ci si arrivava ad occhi chiusi, nel labirinto di vicoli del quartiere: bastava orientarsi con l’olfatto. Era rugosa e minuta, scià Tan, e quando d’inverno sibilava la tramontana c’era da temere che una raffica più forte se la portasse via. I suoi migliori amici erano i gatti randagi: li sfamava come poteva, perché la sua pensione era misera, bastava appena per lei. Una solitudine disperata, e aveva bisogno come conforto, persino di una lettera o di una cartolina. Ne parlava ogni tanto, con Bigin, lo spazzino, che usava la scopa di rami secchi ed era basso, tondo e rubizzo come uno gnomo. “Perché non vai a vivere in città?” la provocava lui, perché sapeva che non si era mai mossa da quel paese, che due fiumi cingevano in un abbraccio umido. “Per carità, nelle città si vive sotto terra come i topi” rispondeva Tan e ricordava il racconto spaventato della perpetua di don Gusto, che si era sentita come soffocare, mentre attraversava Milano con la metropolitana, nel buio dei visceri urbani. Lei invece respirava, sulla terrazza affacciata su coppi e lastre d’ardesia, copricapo del borgo, e alla quale si arrivava da una traballante scala di legno, sospesa sulla tromba del palazzo. Da quel terrazzo si vedeva laggiù persino uno spicchio di mare: anzi, più che vederlo, lo si intuiva, con il suo lontano respiro profondo e il profumo salmastro nei giorni di libeccio. Quando si avvicinava il Natale e il postino cominciava a passare in ritardo con le borse colme di posta, la tristezza di Tan diventava infinita. Tutti ricevevano colorati bigliettini augurali. A molti venivano consegnati pacchi. Dentro all’Ufficio postale, c’era un’animazione insolita, e code di gente in attesa. Tan era intimidita, quasi non osava entrare. Ma gli impiegati la scorgevano e con un sorriso scuotevano il capo, di là dai vetri. La Tan capiva e si allontanava mesta, infreddolita in quel cappotto vecchio e logoro.  A un simbolo natalizio non voleva rinunciare, le avrebbe tenuto un po’ di compagnia, in quella casa grande e fredda… una pigna secca con una candelina sopra… questo fu l’albero di Natale di Tan. Non le bastava, però, doveva fare qualcosa di più, avere almeno l’illusione di trascorrere un Natale meno triste e solitario. Ci pensò a lungo, poi le venne l’idea. E fu subito presa da un entusiasmo quasi puerile. Fece tutto per benino, e rimase in attesa. Ma i giorni passavano, il Natale si avvicinava e non accadeva nulla. “Che abbia sbagliato qualcosa?” si chiedeva Tan, angosciata. All’Ufficio postale, quando la vedevano entrare, allargavano le braccia, dispiaciuti: “Neanche oggi posta”. Ma un giorno, era ormai la vigilia di Natale, non la videro arrivare. E proprio quella mattina, miracolo!, c’era posta per lei. Arrivava dal paese, ma il timbro di partenza era della settimana prima. Chissà, forse quella busta era rimasta in fondo a qualche cassetta o a un sacco, dispersa nella fluviale corrispondenza natalizia. Gli impiegati attesero fino all’ora di chiusura, poi decisero di recapitarle il biglietto a casa: “Forse è a letto, ammalata. Portiamoglielo noi. La aiuterà a guarire, a passare meglio la festa”. Andarono Rosita e Diego, l’anziano ex-portalettere. L’uscio era socchiuso. Chiamarono: “Scià Tan”. Nessuna risposta. Entrarono, con discrezione. Scià Tan era seduta sulla poltrona, il capo reclinato. Era morta da poco, con un’espressione serena, di dolcezza sul volto. Posarono la busta sulla mensola, vicino al ritratto. Avevano gli occhi lucidi: “Che destino. Proprio adesso che qualcuno si era ricordato di lei…” Ma il viso avvizzito di Tan sembrava sorridere. Lei sapeva bene quel che c’era scritto, nel grande biglietto, scintillante di stelline argentate, che quando si apriva faceva anche la musichetta. Quattro sole parole in grafia un po’ tremolante: “Tanti auguri. Da Tan”. (Da Quel profumo di mandarini)


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