«… Ma un pomeriggio, un assolato pomeriggio di quella strana e afosa estate, anch’io mi trovai coinvolta nel mondo del cinema. La mamma mi aveva mandato, come nella canzone di Morandi, a prendere il latte da Angela alla latteria Splendor di Neve, in palazzo Vairo, proprio accanto al Credito Italiano. E lì, all’incrocio con viale Gibb, trovai un mucchio di gente. De Sica con un megafono gridava e dava ordini a tecnici, elettricisti, fotografi. Sul marciapiede affollato dagli impiegati del Credito e dai bottegai del Viale, che avevano lasciato lavoro e bottega, riuscii a piazzarmi, in prima fila, dimenticandomi del latte e della mamma che mi aspettava. C’era tanta gente anche sugli altri marciapiedi e nei giardini di fronte e si era creata una grande eccitazione, perché De Sica aveva scelto alcuni passanti per entrare nella scena che stava girando. Alcuni dovevano attraversare la strada, mentre un gruppo di ragazze e ragazzi passava in bicicletta, e una corriera, la corriera rossa che tutti i giorni compiva il tragitto Alassio-Albenga, incominciava cautamente a staccarsi dal marciapiede, ove ancora oggi è la fermata dei pullman, e muoversi verso il Viale. Tre movimenti simultanei per creare l’atmosfera di una cittadina piena di vita e di traffico, una scena breve e insignificante che, vista poi nel film, ebbe la durata di solo qualche secondo, ma che tenne impegnati attori, comparse e pubblico per alcune ore… Era la storia di un bambino indifeso che, in vacanza ad Alassio, scopriva con grande dolore l’adulterio della madre e sembrava sentire su di sé tutto il dolore del mondo. Un film che buttava all’aria l’ordine e la rispettabilità del mondo borghese e avvertiva che i tempi stavano cambiando. Ma nessuno di noi aveva l’aria di accorgersene, a nessuno importava la trama e tantomeno le novità che il regista intendeva portare sullo schermo. Si viveva un’aria di festa… Il tempo passava, faceva sempre più caldo e io stavo lì, col fiasco del latte in mano, come inchiodata, incapace di andarmene. Finalmente, dopo tante prove, tanti ciak, tanta confusione, tanto urlare, De Sica sembrò soddisfatto. Anche lui era tutto sudato, ma, nonostante la fatica e le urla, non era arrabbiato; stringeva la mano alle comparse, ringraziava, si complimentava con i suoi collaboratori. Quando, dopo qualche anno, andammo a vedere I bambini ci guardano, al cinema Colombo, e la guerra era ormai finita, la mia delusione fu grande. La mia scena, quella cui io avevo assistito sul marciapiede davanti al Credito, passava quasi inosservata. Una manciata di secondi in cambio di alcune ore che però avevano donato a me e a tante persone emozioni nuove, avevano fatto dimenticare la guerra e i suoi problemi. I bambini ci guardano entrò nella storia del cinema; De Sica fu salutato, con questo film, come il precursore del Neorealismo e ottenne grandi riconoscimenti anche all’estero; per me è rimasto solo un bel ricordo di un caldo pomeriggio d’estate». (da … ad Alassio c’era un Viale)

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