Di recente si è riaperto il caso degli eredi degli ammutinati, celebrati da letteratura e cinema. Il film più famoso sulla vicenda è stato interpretato da un giovane e fascinoso Marlon Brando che a Tahiti, tra l’altro, conobbe in veste di attrice la bella Tarjita, che sposò e dalla quale ebbe due figli, uno dei quali finì sotto processo per aver ucciso il compagno violento della sorella. E questa può essere già una premessa al clima di amori sensuali e al mix di violenza che caratterizza l’ammutinamento del 1790, quando un gruppo di ribelli capitanati da Christian Fletcher si ribellarono al fiero e rigido comandante William Bligh, il quale – per onestà di cronaca – non era affatto un turpe individuo. Aveva abolito le torture più abbiette normalmente praticate dai suoi colleghi sugli sventurati marinai indisciplinati; era colto e molto intelligente. L’unico difetto fu l’integrità che imponeva il rientro dopo 5 mesi trascorsi a Tahiti in cui si era atteso il periodo ideale per sradicare le talee dell’albero del pane che sarebbero state trapiantate alle Antille con lo scopo di sfamare, a costo zero, gli schiavi che là forzatamente risiedevano. Il clima, la bellezza dei luoghi da Paradiso Terrestre e soprattutto l’avvenenza delle donne dai lunghi capelli e dalla pelle liscia ed ambrata che profuma di monoi (l’unguento a base di fiore di tiarè e olio di cocco) indussero il manipolo di giovani a ribellarsi. Christian Fletcher non era un rozzo marinaio, bensì un nobile e intellettuale, amico del poeta Wordsworth del quale era stato compagno di studi. Il comandante Bligh supplicò gli venisse risparmiata la vita e Christian si convinse a lasciarlo andare con 18 dei suoi fedelissimi in mezzo all’Oceano su una chiatta. Da quel grande comandante che era Bligh riuscì a governare una rotta e a salvarsi. Tornato in Inghilterra, tornò per chiedere giustizia. Gli ammutinati e i nativi iniziarono ad accapigliarsi per questioni di donne. Fletcher convinse una parte degli ammutinati a salpare con lui verso la remota isoletta di Pitcairn, di appena 4 chilometri quadrati. Le carte che la indicavano erano in possesso della loro nave, il brigantino Bounty. Nel 1767 la nave Swallow aveva avvistato l’isola e venne chiamata col nome del marinaio che l’aveva vista per primo. Giunsero a Pitcairn il 15 gennaio 1790. Coloro che erano rimasti a Tahiti, come Fletcher aveva forse intuito, vennero impiccati per ordine di Sua Maestà Britannica e per mano del comandante Bligh, rientrato appositamente. Fletcher e i compagni bruciarono la nave sino alla linea di navigazione il 23 gennaio, eclissandosi dal mondo. Erano 8 ammutinati,6 tahitiani, 12 donne, una bambina. Duecento anni dopo, il 23 gennaio del 1986, chi scrive incontrò gli eredi degli ammutinati a Pitcairn, nel mezzo dell’Oceano.

Il mio romanzo Il passaggio della cometa, edito dal Centro Editoriale Imperiese, in ristampa, è inframmezzato dall’autenticità della navigazione attraverso il Pacifico Meridionale e da incontri straordinari. Erano 6. La più piccola aveva allora 16 mesi. La più vecchia 86 anni. Li guidava il capo clan che aveva un aspetto tahitiano. Un capitano americano, che aveva notato del fumo salire verso il cielo dall’isola, si era adoperato per farli uscire dal loro isolamento e farli trasferire all’isola australiana di Norfolk. Non tutti si erano adattati al cambio e 43 persone erano rientrate a Pitcairn, affrontando un viaggio difficile e periglioso. L’isola restò di competenza (e onere) britannica sin dal 1898. Nel libro riporto l’intervista a una delle signore, di aspetto molto british, che riconobbi dieci anni dopo in un rarissimo, forse unico, servizio televisivo. Mi raccontò che l’isola era fertilissima essendo vulcanica, con una produzione abbondante di canna da zucchero, noci di cocco, agrumi, patate, banane. Avevano un ambulatorio medico e le scuole dell’obbligo. Chi voleva andare all’università doveva organizzarsi per trasferirisi alle isole Figi o in Nuova Zelanda. Ovviamente molti non rientravano. La signora era dolce e un po’ intimidita dalla presenza di così tante persone. Noi ospiti della nave crociera eravamo in 500. La signora parlava un buon inglese. Tutti erano educati. I bambini giocavano felicissimi nella piscina della nostra nave. Erano vispi, sani, belli. Sembra che poi non sia più nato nessuno per vent’anni. Il 21 marzo di quest’anno ho letto un articolo sul Corriere della Sera che narra di rivendicazioni di eredi degli ammutinati residenti all’isola di Norfolk supportate dai cugini di Pitcairn. L’articolo terminava lasciandomi di sasso perché nel citare gli isolani di Picairn il giornalista, corrispondente da Bruxelles, ricordava che nel 2004 sette uomini subirono un processo per stupro ai danni delle loro donne e di bambine! Su indicazione del giornalista stesso del Corriere, Luigi Offeddu, ho potuto leggere i resoconti della stampa britannica sull’argomento. Interessante mi pare la permanenza di un inviato dell’Indipendent che ha trascorso 15 giorni sull’isola. Le versioni degli intervistati sono contrastanti. Si va indietro di 40 anni. Solo una donna confessa (in sede processuale) di aver subito molestie gravi. Altre dicono che le denunce sono state estorte. Altre minimizzano o sconfessano il tutto ipotizzando una possibile manovra britannica per togliere fondi all’isola in un momento di crisi mondiale, di affossarla. Altri temono che i turisti delle poche navi da crociera non siano più interessati a farsi fotografare con degli stupratori; per di più il commercio dei francobolli isolani, loro reddito sicuro, è in crisi ed essi siano ridotti a non più di una quarantina. Io conservo gelosamente un piccolo pescecane in tek con dentini di squalo autentici a firma Christian, francobolli e un ventaglio di foglia di banana intrecciata. Il giornalista mi scriveva che forse erano stati troppo in isolamento, non erano colti, subivano l’influenza che io definisco da maso chiuso, tanto più che secondo il giornalista c’entra anche il Dna che già ai tempi determinò una continua lotta sull’isola e culminò con la morte di tutti gli uomini tranne uno… un certo Adam… nome appropriato! (Definisce la piccola capitale Adamstown.) Rimase solo con nove donne. Fece erigere un monumento in onore di Fletcher Christian. Non era colto come lui che aveva insegnato a tutti loro ma continuò a trasmettere i rudimenti delle lingua inglese grazie ad una Bibbia proveniente dal Bounty e, tuttora, è là conservata. Non è difficile capire che la pratica dell’incesto non deve essere stata una rarità in una situazione simile. Leggendo il bel libro di John Irvin Le regole della casa del sidro, da cui si trasse un film interpretato da Michael Caine, compresi molti anni fa che il mondo detta delle regole globali che servono anche a comunicare e a vivere nel rispetto della civiltà in cui noi veniamo forgiati fin dalla nascita.Tuttavia anche nel nostro mondo civile si creano delle situazioni straordinarie – per noi – eppure normali per chi le vive. I missionari che approdarono alle isole Hawaii impedirono agli indigeni di sposarsi tra fratelli (a noi pare cosa giustissima, ovviamente) ma molti di essi, nella loro età dell’innocenza, disperati e non comprendendo il peso dell’accusa, si suicidarono. Ho finito di leggere da poco un altro bel libro, Cuccette per signora, scritto dall’indiana Anita Nair. Un passo del libro narra di una ragazza anglo-indiana che rimprovera all’amica indù, protagonista del racconto, proveniente da una famiglia colta e abbiente, molto beneducata un argomento scottante. Riassumo: «Siete assurdi voi indù, non potete mangiare le uova perché così uccidete la vita e poi tuo padre è lo zio paterno di tua madre, insomma ha sposato quella bambina che teneva sulle sue ginocchia da piccola, non vi vergognate?» La ragazza a cui viene posta la questione prova un grave imbarazzo. Vivendo nel mondo attuale, è d’accordo intimamente su questo tipo di rimprovero, ma fa notare all’amica che i suoi genitori si amano davvero, tanto che uno inizia una frase e l’altra la termina in perfetta simbiosi e sono amorevoli nel confronti dei figli. Se venisse fatta loro una riflessione di questo tipo impazzirebbero dal dolore. Dunque non c’entra l’ignoranza o, perlomeno, non è solo l’ignoranza a condizionare certi atteggiamenti. Personalmente ritengo che le mele marce siano ovunque, non solo a Pitcairn. Le condizioni di vita e le scelte di una società piccola o grande che sia, invece, vanno valutate nel contingente, nelle necessità, nella situazione e nell’ambiente. Tutto concorre a creare non un mondo globalizzato, come molti desiderano, ma tanti diversi mondi. Non tutti ci piacciono. Ma devono piacere a chi li vive. Le donne che incontrai 29 anni fa non mi dissero nulla, non chiesero aiuto, non apparivano melanconiche. Vivevano la loro realtà, semplicemente. Giusta o sbagliata che fosse. (New Mag n. 3/2015)

 

 

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