animmmIl mestiere di insegnante ha influito non poco nella stesura del mio libro Anima persona io, che mi sembra più frutto dell’attività di insegnamento, che non di studio o ricerca.  Nella stessa scelta degli autori, ho seguito criteri ben precisi. È vero che nel libro si trovano i classici filosofi che si imparano a scuola, grandi nomi come Socrate, Platone, Cartesio, Kant e gli idealisti tedeschi, per citarne solo alcuni. Autori dei quali non avrei potuto evitare di parlare. Ho però focalizzato l’attenzione solo su determinati aspetti relativi al pensiero di questi filosofi tralasciandone altri proprio per non disperdere il discorso in una serie innumerevoli di rivoli e poter così mantenere un certo filo conduttore che ha costituito la traccia del mio percorso. Già il discorso sull’anima, ad esempio, in un solo filosofo come Platone costituirebbe materia per un enorme libro. Nello stesso Platone, poi, convivono e si intrecciano più discorsi sull’anima, più significati dell’anima, anche equivoci. Basti pensare alle differenze di vedute e di prospettive che si riscontrano tra due dei più noti suoi dialoghi, il Fedone da una parte e il Simposio dall’altra. Non è perciò stato facile muoversi seguendo una traiettoria lineare all’interno di uno stesso autore, tanto più se polivoco, poliedrico e ambiguo come Platone. Figuriamoci allora la difficoltà di trovare una linea di percorso che attraversa diversi autori e diverse epoche. Inoltre, proprio le stesse parole così dense, cariche di significato, pregnanti per la riflessione filosofica come anima persona io, nelle diverse epoche storiche possono assumere e di fatto hanno assunto accezioni di significato diverse. Il libro in apparenza potrebbe presentarsi un po’ ambizioso, almeno nel titolo, perché pretendere di abbracciare in poco meno di duecento pagine un trinomio come anima-persona-io, temi disseminati in secoli e secoli di storia della filosofia, potrebbe persino apparire eccessivo. Ciascuno di questi termini, preso da solo, costituisce argomento di una enciclopedia del pensiero filosofico. Quando gli autori sono tanti, persino troppi, e le idee anche, c’è un po’ il rischio di perdere la bussola. D’altra parte, ciò che ha animato le mie intenzioni non è stato certo l’improbabile, se non addirittura impossibile, sforzo di voler in qualche modo abbracciare e comprendere gli innumerevoli autori e testi che trattano questi temi; piuttosto ho cercato solo di seguire un’ipotesi di lavoro che mi proveniva dall’esperienza diretta di insegnamento di autori peraltro molto tradizionali. Si è trattato, in qualche misura, di mettere in gioco e rischiare un’ipotesi di lavoro. Nella mia ipotesi di lavoro assumo anzitutto, anche forse un po’ schematicamente, che queste tre categorie di pensiero si siano via via andate costituendo in tre epoche storiche ben distinte: l’antichità greca, il medioevo cristiano e l’età moderna. A queste tre epoche ho associato rispettivamente i tre paradigmi fondamentali – anima-persona-io – legandoli a un unico filo, costituito dalla soggettività che può a buon diritto costituire il comune denominatore di tutti e tre i termini. Ho quindi trattato l’anima nei filosofi greci, ho analizzato il sorgere dell’idea di persona con le relative categorie teoretiche nel medioevo cristiano e ho seguito gli sviluppi della soggettività intesa come io nell’età moderna. Mi sono poi sempre di più accorto che non risulta presente nel vasto panorama delle opere di filosofia in circolazione un approccio, uno studio teso a ricercare espressamente o intenzionalmente un filo conduttore che unisca in uno stesso percorso il discorso sull’anima, sulla persona e sull’io. La domanda fondamentale che risuona nel testo e che ho posto al centro dell’indagine è questa: che cosa hanno in comune l’anima (invisibile) di cui gli antichi hanno parlato ben prima che avesse inizio la filosofia, intendendola, ad esempio, come soffio vitale, anemos; la persona che in una canonica definizione viene   espressa nei termini di una sostanza individuale di natura razionale; l’io concepito da una certa tradizione filosofica di stampo idealistico come puro atto di pensiero? Ho riscontrato una continuità, ma anche una discontinuità, tra l’anima dei greci e la concezione della persona così come affiora nei primi secoli dell’età cristiana. pesantemente e in modo indelebile l’antropologia filosofica. È pur vero che per quanto lo stesso Platone e Aristotele non abbiano ignorato le componenti a-razionali, a-logiche dell’anima – le passioni, i sentimenti e quant’altro – l’impostazione dominante della filosofia greca ha portato ad assegnare un primato all’intelletto e alla ragione. È per questo forse che l’anima dei filosofi greci, almeno l’anima intellettiva di cui parlo nel libro, rischia di tagliare fuori il corpo. Rispetto a questa impostazione intellettualistica, mi è parso invece che la riflessione intorno alla persona, così come è emersa in età cristiana, abbia non solo ricomposto quel dualismo per offrire una visione più unitaria dell’uomo, ma abbia anche assunto e valorizzato il corpo che la tradizione filosofica occidentale ha spesso trattato in malo modo. Nella definizione della persona coniata dagli autori medioevali, a partire da Agostino, il corpo è il principio dell’individualità dell’uomo, ciò che fa dell’uomo un individuo unico ed irripetibile. Un principio della massima importanza che conferisce all’uomo una dignità, proprio in quanto individuo. Il corpo viene quindi assunto pienamente nella definizione della persona, come elemento che contrassegna la singolarità irripetibile dell’uomo.Nel libro, però, mi soffermo anche su altri aspetti su cui è andata svolgendosi storicamente la riflessione sulla persona. Sono parecchie le pagine dedicate al tema della libertà, tema legato proprio alla scoperta dell’uomo come persona. A differenza dell’intellettualismo greco che ha piuttosto ignorato il tema della volontà libera (basti pensare al noto paradosso socratico per cui nessuno fa il male volontariamente), la scoperta dell’uomo come persona ha richiesto invece una nuova esplorazione del concetto di libero arbitrio e, prima ancora, del valore della libertà intesa come liberazione dal male (tema, questo, squisitamente cristiano). Per quanto riguarda la riflessione sull’io, che ho esplorato nel contesto dell’età moderna a partire da Cartesio per arrivare agli idealisti, è da osservare anzitutto che è proprio con l’avvento del cogito in senso cartesiano che la filosofia perviene esplicitamente a porre il tema del soggetto e della soggettività. Si può allora dire che nell’io dei moderni confluisce l’anima degli antichi? E la stessa persona potrebbe forse essere in qualche modo rappresentata nell’io? Ora, se facciamo propria la categoria dello spirito su cui hanno tanto insistito i filosofi idealisti, saremmo tentati anche di scorgere una linea di continuità; ma ad una approfondita analisi come cerco di fare nella terza parte del libro, sembrano emergere tante e così sostanziali differenze che risulta piuttosto ragionevole concludere che l’io dei moderni, pur con tutte le analogie che si possono anche correttamente cogliere, non può né rappresentare né raccogliere appieno l’eredità del pensiero che lo ha preceduto. Anzitutto l’impostazione stessa della filosofia moderna è completamente diversa, l’approccio non più ontologico bensì gnoseologico ed epistemologico: ai moderni non sembra più interessare il fondamento ontologico che fa di un essere un soggetto personale, non sembra più interessare l’essenza stessa dell’anima; l’io diventa piuttosto il presupposto che, secondo la linea cartesiana, pone le basi della conoscenza e del dominio dell’uomo sul mondo; oppure, kantianamente, costituisce la condizione di possibilità della stessa conoscenza scientifica. Dalle premesse cartesiane e kantiane, risulta breve il passo verso l’esaltazione del soggetto che si compie nell’idealismo tedesco, il quale fa dell’io un principio metafisico assoluto da cui la realtà viene interamente a dipendere. Nel libro manca volutamente la crisi del soggetto nell’età post-moderna; sarei stato costretto a parlare della fine del trinomio anima-persona-io e non mi sembrava il caso di parlare della nascita e del tramonto di queste idee. Già, perché il destino di noi uomini contemporanei è di aver smarrito tutte le certezze, tutte le verità che la filosofia dall’inizio del suo corso ha cercato faticosamente di edificare. In questo lavoro di demolizione delle grandi idee della tradizione del pensiero occidentale, i filosofi hanno dato un contributo determinante. Smarrire il senso ontologico delle certezze riguardanti l’anima, la persona, l’io potrebbe comportare un grosso rischio, il pericolo di smarrire o di avere smarrito il valore imprescindibile della nostra stessa esistenza umana. (New Mag n. 4/2013)

 

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