Da Il mio granello per non dimenticare di Maria Musso Gorlero (Cei, 2003)

Noi pensiamo sia stata una lodevole iniziativa, da parte di Maria Musso Gorlero, descrivere in forma poetica quelle che sono state le sue tragiche esperienze fatte nei campi di sterminio nazisti durante gli anni 1944-1945 e dai quali, per fortuito caso, è ritornata. Sono trascorsi quasi sessanta anni da quei terribili giorni che Maria ha tentato in tutti i modi di dimenticare. Ma non ci è riuscita. Allora ha preso un’altra decisione, singolare e straordinaria: quella di scrivere le sue memorie della prigionia in versi, costituendo cioè un testo il cui contenuto sarebbe bene diventasse argomento di lettura e di assidua riflessione per le generazioni di oggi e di domani, le quali dovrebbero sapere che è necessario difendere la libertà, giorno per giorno, per non perderla, come è successo invece a noi coetanei di Maria, e che, per riconquistarla, si è dovuto spargere molto sangue con lotte e sofferenze infinite. Le poesie sono a versi liberi ed essenzialmente semplici; in verità, chi le legge, rimane veramente suggestionato perché Maria, con brevi tratti, ha saputo scolpire un momento storico indimenticabile, fatto di sofferenze inenarrabili, di eroismi individuali, di passioni e di ostinata volontà di sopravvivere, anche quando oramai le speranze di vedere il domani erano quasi svanite. Questo può essere anche un insegnamento che ci dice come, anche in momenti eccezionalmente avversi, non si debba mai perdere la speranza, cosa che indubbiamente aiuta a proseguire il cammino della vita. E Maria l’ha proseguito, questo cammino, anche con la morte al fianco, ed ha vinto.

Cerchiamo ora di descrivere brevemente la sua avventura. È una giovinetta di vent’anni, nata il 4 gennaio 1924.
TI mattino del 2 settembre 1944 una ventina di nazifascisti compiono una puntata su Diano Arentino ed arrestano sua madre; Maria, che è accusata di connivenza con i partigiani, esce dal nascondiglio nel quale si trovava e si consegna al nemico per ottenere in cambio la liberazione della madre. Chi le parla in italiano è un soldato tedesco altoatesino che cerca di tranquillizzarla. È condotta sullo spiazzo della chiesa di Santa Maria Maggiore di Castelvecchio, dove effettivamente ad un certo momento la madre viene liberata. Per Maria, invece, non avviene ed è condotta a Porto Maurizio, rinchiusa in una cella della caserma Somaschini, ubicata nei pressi del palazzo della Prefettura.
Inizia così il suo calvario. Trascinata ogni notte al comando SS in una villa vicina, con spalle al muro e luce accecante negli occhi, subisce incessanti interrogatori nella camera di tortura. Alla richiesta di svelare la dislocazione delle bande partigiane e del loro comando nella valle di Diano, non risponde poiché è irremovibile. Così, condannata alla deportazione, insieme ad una trentina di compagni legati in coppia, scortati da tedeschi e da fascisti, nella notte è trasferita a Genova su un autocarro, con tappa nelle carceri di Marassi. Prosegue, quindi, per Bolzano verso la metà del mese ed è rinchiusa nel campo di smistamento locale dove può solo cibarsi una volta al giorno. Infine, altro viaggio sulla via della deportazione: rinchiusa in un vagone merci, con altri compagni di sventura, senza mangiare e senza i più elementari servizi igienici, dopo tre giorni e tre notti, giunge nel campo di sterminio di Mauthausen e subisce la prima tremenda visione di orrore, di martirio e di morte. Trasferita quindi nel campo di Ravensbriik e superata la selezione (chi veniva spostato a destra era destinato immediatamente al forno crematorio), in quanto ragazza robusta ed ostaggio politico, viene vestita con l’abito a strisce dei prigionieri e immatricolata col numero 77377. Dopo l’appello delle quattro mattutine, insieme ad altre internate, partecipa con picco e pala, per due mesi, all’ampliamento del campo nel quale è rinchiusa. Le sue compagne sono prigioniere polacche, russe e slave, che la incitano a resistere e l’aiutano quanto possono, quando già si sente venir meno per i patimenti inauditi ai quali è sottoposta. Il suo calvario non ha ancora termine: da Ravensbriick è trasferita al campo di Salzgitter, dove gli internati lavorano in una fabbrica di proiettili. Intanto l’Armata Rossa si avvicina per cui i prigionieri sono trasferiti verso ponente. Lasciato il campo, inizialmente su treni merci e poi a piedi, i superstiti raggiungono il campo di Bergen-Belsen. Durante il tragitto, chi non ce la fa più, è freddato sul posto. Maria, assetata, beve l’acqua di un fosso causato da una bomba, dove galleggiano dei cadaveri. Infettata di tifo, le cadono tutti i capelli. I bombardamenti aerei angloamericani e sovietici si susseguono incessanti, i morti si contano a non finire. Nel campo di Belsen perde la cognizione del tempo e di se stessa. La prigioniera Claudia, figlia di comandante partigiano iugoslavo, cerca di aiutarla a raccogliere tutte le forze per sopravvivere, perché la liberazione è vicina, ma lei non può più alzarsi dal castello di legno dove giace. Sugli spiazzi, intorno alle baracche, ci sono montagne di morti in putrefazione, scoperti o semi sepolti. Maria perde la conoscenza. Quando rinasce in lei il senso della vita, intorno alla metà dell’agosto 1945, si ritrova in un ospedale militare di fortuna inglese. Rifocillata tramite le organizzazioni assistenziali, può ritornare al paese natio, dove giunge il 4 settembre 1945. Dunque, questi sono, in sintesi, gli eventi terribili di un anno della sua esistenza, di cui non può parlare senza piangere e che non potrà, appunto, mai più dimenticare.

(F. Biga, direttore scientifico dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2003)

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