Cosa fate quando d’estate vi trovate in villeggiatura e nel vostro girovagare vi imbattete, che so, in una bancarella di libri e desiderate comprarvene uno, che vi faccia buona compagnia nelle ore del riposo? Dapprima sarà il titolo del libro ad incuriosirvi, ammesso che abbiate già letto i vari Campiello, o tutti gli Strega pubblicizzati dai giornali. Poi, il formato. Perché prenderne uno tipo vocabolario, oltre ad essere troppo lungo da leggere (una settimana? quindici giorni?), entrerebbe in ballo la manovrabilità dello stesso libro. Nella borsetta, o sottobraccio, in mezzo al quotidiano o nello zainetto, il libro non deve mai essere ingombrante, pesante. Come fare, del resto, a combinare comodità, cuscini a disposizione, una buona luce sul comodino (né troppo forte né troppo debole!) e l’ingombro del libro; per appoggiarvelo sullo stomaco, sfogliandolo agevolmente, inclinando lo quel tanto che basta per non rovinarvi la vista? Fatto questo, entriamo nel libro. Lo apriamo dapprima sfogliandolo velocemente, come per auscultarne il respiro, la sua vitalità, il profumo della buona carta. Un’occhiata alla quarta di copertina dove spesso c’è la foto dell’autore (possibilmente in una posa riposante…) con il pullover sulle spalle, un cappelluccio per ripararsi dal sole (però, di quei tipi ben studiati, in modo da non apparire rozzi, ma intellettuali sempre, anche in campagna) e poi un breve riassunto del libro e quattro notizie dell’autore: è nato a… vive a… ha già scritto… ecc. ecc. Avete notato che non c’è mai la provincia dove uno è nato, ma solo il piccolo paese e la regione (che so, Buggio in Liguria, o Serra Capriola in Puglia, all’insegna dell’antico adagio scarpe grosse e cervello fino)? Un po’ come il vino quando si dice che è prodotto sulle colline del Cilento in Campania, o alle Cinque Terre in Liguria… per creare il fascino del mistero, di terre caratteristiche, lontane, da sogno… A questo punto, se l’esame del primo approccio con il vostro libro è stato positivo, passerete a guardarci dentro. Scelta una pagina a caso, comincerete a leggere, tra i vicini strilli dell’imbonitore di piatti e pentole, o le grida del fruttivendolo. Poi, un’altra pagina, un’altra ancora, sorvegliato sempre discretamente dal bancarellaro (quanti si eclissano elegantemente, a volte, dimenticandosi di pagare…?) Ma non è il nostro caso. Perché, per me, il libro deve piacere già dal titolo e poi dalla veste tipografica. Provate a chiedere a un autore quanti giorni pensò al titolo del suo libro, titolo che deve essere accattivante, drammatico ma non troppo, curioso per quello che basta, misterioso ma non ridicolo, forte ma non smargiasso… E poi il libro deve essere scritto bene, possibilmente con caratteri chiari, eleganti, riposanti: che so, un Garamond, un Helvetica… E se vi scorgo più di cinque o sei pagine scritte fitto fitto, senza un punto e a capo, mancanza di virgole e pochissimo spazio bianco, qua e là, come se in una scatola uno volesse metterci decine di cose, una stretta all’altra, compresse, schiacciate come sardine, ecco che allora comincio a scoraggiarmi. E a innervosirmi. Scrivere e parlare: espressioni più alte dell’umanità. Perché il parlare tranquillo, con qualche salutare pausa qua e là, un tono più alto e l’altro più basso, dovrebbe essere l’ultima spiaggia per delle persone umane, prima di arrivare alla… torre di Babele, e non intenderci più… Sempre che vogliamo capirci, gustare il piacere della buona conversazione, evitando di assillarci, di interromperei o, peggio, di insultarci vicendevolmente, come è di moda oggi. Io sparerei in aria quando uno vuole sovrastare l’altro, e parlano tutti insieme! Scrivere, dunque, per farsi leggere piacevolmente, per dare le giuste pause, per meditare un attimo. Scrivere per respirare, insomma. Qualche tempo fa mia figlia, provocatoriamente, mi chiese se io avessi letto il famoso Il nome della rosa. Risposi di sì, ci mancherebbe, vergognandomi nascostamente. E quale non fu la mia stizza, la mia rabbia nel sorbirmi pagine e pagine, fitte fitte, parole ammassate l’una sull’altra, compresse, costipate, senza dovermi arrendere per non fare la figura del… troglodita. Eppure quel libro è un capolavoro! Mille volte mi sono chiesto perché si debba scrivere così. Perché i tipografi e gli stessi autori vogliano ammassare parole e frasi. Difficilmente una persona sarà attratta da pagine così. Ma tant’è!…(Da Rosso di sera di Carlo Lercari, 2007)

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