In Via dell’Ospedale ad Imperia Oneglia nelle fumose sere d’inverno del dopoguerra, odorose di legna bruciata e dell’afrore equino delle stalle, facevamo la fila per la farinata, all’angolo del Portico dell’Olmo. Nell’attesa di entrare a nostra volta nel calore del fomo, a fianco del lume votivo della madonnina spagnola, leggevamo su una lapide annerita il nome di uno sconosciuto e antico poeta: «In questa casa abitò nel 1625 circa il nobile cavaliere di Malta Onorato d’Urfé…». Noi bambini eravamo attirati dall’aria antica che aleggiava in piazzetta dell’Olmo e, ancora contaminati da una cultura bellicosa, con spade di legno e scudi di cartone inventavamo cavalieri con armature d’argento, dame dalle lunghe trecce e castelli da espugnare… Nel 1600 Borgo dell’Olmo era un nucleo di case fuori le mura di Oneglia, costruito, si dice, proprio intorno al secolare olmo (al centro dell’odierna piazzetta) presso cui, quattro secoli prima di Onorato, la comunità conveniva in libera assemblea lontano dal Castel Vecchio e dalla piccola chiesetta del Battista: simboli del potere feudale ed ecclesiastico. E Olmo è il nome nascosto di Oneglia, antico emblema che ancora campeggia in campo azzurro nello stemma cittadino. «… Condottiero intrepido agli ordini del duca di Savoia Carlo Emanuele il Grande affianco agli Onegliesi difese strenuamente la città contro la spagnola invasione». Nel Natale 1614, dopo 5 giorni di bombardamenti e combattimenti strada per strada, gli ultimi 500 difensori d’Oneglia si rinchiusero nel Borgo e nel sovrastante convento degli Agostiniani dove giacevano le marmoree tombe dei Doria (oggi Casa di riposo). Era la rappresaglia della Spagna contro l’Oneglia del bellicoso Carlo Emanuele I, riottoso alla restituzione del Monferrato. Mentre la piccola guarnigione sabauda prendeva la via del Piemonte inseguita da 4.000 spagnoli, i difensori locali, di fronte a 15 compagnie di spagnoli e napoletani, consegnarono Oneglia e si asserragliarono nei castelli di Onorato d’Urfé a Petra Lata (in dialetto, Pré Là), a Carpasio e al Maro, nella vana attesa dell’aiuto sabaudo. I rinforzi, appena un migliaio di savoiardi guidati da un conte intimorito dal numeroso nemico, si erano fermati al Colle di Nava col pretesto di non avere il passaporto di Genova. Forse nacque allora l’epiteto dato ai piemontesi di boggiaroni che in quel tempo univa al significato italiano di buggeroni (imbroglioni) quello dialettale di böggia ren (che non si muovono). Così a gennaio gli spagnoli costrinsero alla resa i castelli delle valli Impero e Prino e misero a sacco il paese per tre anni. La memorabile resistenza di veterani, obbligati a esercizio e cavalcata per il duca di Savoia, fu possibile per l’esperienza gnerresca maturata al comando del loro feudatario, Onorato d’Urfé, nelle guerre espansionistiche che Carlo Emanuele I intraprese in Provenza, nella conquista del Monferrato, a Saluzzo, e in quella che lo avrebbe portato nel 1625 all’assedio di Genova.

Onorato d’Urfé era molto conosciuto nelle valli d’Oneglia fin da bambino. Nel 1575, ancora paggio di Emanuele Filiberto, nella guerra di successione alle contee del Maro e Prelà, era stato inviato dalla madre Renea d’Urfé, nata Savoia-Lascaris, a Pieve di Teco per rassicurare con la sua presenza le famiglie, a lei fedeli, dei Bacialon, Carabalona, Cotta, Giusti, Guido, Vassallo. Pronipote di Renato, il Gran Bastardo di Savoia, figlio naturale del duca di Savoia Filippo II, avrebbe potuto aspirare agli Stati sabaudi se Emanuele Filiberto non avesse avuto figli maschi a succedergli. Crebbe in un’epoca di feroci guerre di religione, intrighi e guerre familiari.

Ecco i personaggi di questa complicata storia:

  • la bisnonna Anna Lascaris, vedova del Gran Bastardo di Savoia, dà origine al ramo Savoia-Lascaris. Cattolicissima, disapprovando il figlio Claudio, ugonotto, fa testamento a favore della nipote Renea (1552);
  • Il nonno Claudio, soprannominato “il Franzose” nella lapide Lascaris di Pantasina, filougonotto, si scontra con la madre e il figlio Onorato III che gli vuole sottrarre la signoria del Maro (1562);
  • la madre, Renea di Savoglia (così si firmaval), vedova d’Urfé, erede della contea di Tenda, abile guerrigliera di parte cattolica, riconquista e vende al cugino Emanuele Filiberto la contea che si estendeva strategicamente da Monesi, Mendatica, Montegrosso e parti di Pornassio a Carpasio, Prelà e Pantasina fino alla valle del Maro e d’Oneglia, e fino agli antichi baluardi di Lucinasco, Chiusanico e Torria compresi.
  • I fratelli di Renea:
  • lo zio Renato, conte di Tenda, assassinato, per essere uno dei capo del movimento ugonotto, in un’imboscata di baroni cattolici dopo un convegno a Nizza con gli austriaci ed Emanuele Filiberto;
  • lo zio Onorato III, conte di Tenda e di Sommariva, siniscalco di Provenza, appoggiato dai cattolici e genovesi, nel 1562 si impadronisce della contea di Tenda, nonostante le minacce della sorella Renea. Muore, come il fratello, assassinato da sicari del re di Francia, per non aver voluto promuovere, nell’autunno del 1572, altre stragi di ngonotti nelle sue terre; con lui muore l’ultimo conte di Tenda e scoppia la guerra di successione;
  • Il prozio, fratello di Clandio, Onorato II conte di Villar, ambiguo e potente ammiraglio di Francia, filo-ugonotto, era scampato alla notte di San Bartolomeo per essere il genero del fratello di Enrico di Guisa. Ormai ottantenne, con l’appoggio del re di Francia scatenerà la guerra di successione inviando soldataglie francesi a occupare Prelà e il Maro.

Quella guerra di successione fu determinante nella storia di Oneglia e d’Italia, poiché la vittoria campale di Renea, con la fuga dei francesi carichi di bottino su per le pendici del Faudo, sottrasse la contea di Tenda all’influsso della religione riformata protestante da tempo introdotta nel Saluzzese in Val Vermegnana, Val Roja e Provenza. Infatti Pio V il Santo impose a un riluttante Emanuele Filiberto la costituzione di un esercito per assalire i calvinisti della valle di Limone e mandare al rogo 24 eretici, finanziando l’impresa con le decime di un anno di tutte le parrocchie piemontesi. Il 1575 fu memorabile per l’insurrezione di Torria, Chiusanico, Ur-sarola (Sarola), Villa de’ Goti (Villagatti, poi Villa Guardia) e per la battaglia di Vasia, vinta dalla stessa “Renea di Savoglia” che da Pieve di Teco aveva cavalcato alla testa di un esercito di mille cavalieri e fanti alla riconquista dei castelli ereditati dalla nonna Anna di Tenda. Renea di Savaglia, protetrisse affexionatixima et bona amica: così annunciava la vendita, che svincolava il suo popolo dall’arroganza medievale di Doria, Scarella e Genova. Prevedeva, con una visione europea, la costruzione della via del sale e dell’olio per far valer il paese nostro et commercio il dapio più di quello che valeva prima. Ma per l’ostilità di Genova ci vorranno cent’anni perché la Via dell’Olio faccia di Oneglia la città fastosa della Valle dell’Oro, rappresentata nel 1676 dal murale di Piazza San Giovanni. (New Magazine – gennaio 2001)

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