Il palazzo delle Magistrali è uno di quei luoghi che non visiti da anni, che vedi solo da lontano e da fuori, ma che per tanti motivi ti è restato nel cuore e resta una presenza della città, un simbolo, una testimonianza. Parte indelebile del panorama nostrano. Non mi addentro nella discussione se sia meglio un restauro o un rifacimento completo. Non è mia competenza. So che i problemi degli edifici scolastici cittadini sono molto seri (si veda, ad esempio, quanto sta accadendo anche al De Amicis di piazza Ulisse Calvi, u Cullegiu) e che necessitano, quindi, quasi tutti di importanti interventi; sto solo riflettendo che non veder più il palazzone che sorge sull’altura vicino alle Cascine o vederne un altro di tipo diverso sarebbe sicuramente qualcosa che a chi, come me, ha lì vissuto parte non secondaria della sua vita, vibrerebbe un colpo di malinconia non da poco. Come andasse via un amico, al quale sei affezionato, legato da tanti vincoli. Quando, all’inizio degli anni Quaranta, chiuso il ciclo delle elementari proprio in piazza Calvi, approdai alla scuola media unica, nel primo anno del nuovo esperimento didattico voluto da Bottai, fu alle Magistrali che misi piede, in quello che era allora l’ultimo piano (poi se ne aggiunse un altro), passando dal maestro unico ai tanti professori e che conobbi fior di insegnanti come Giovenale Giaccardi, insigne latinista, o come Giulio Giraud, matematico di fama. Fu un cimento non facile per parecchi di noi, tanto che qualcuno del gruppetto di amici che eravamo arrivati assieme dalla quinta elementare abbandonò il cammino, per trasferirsi ad una sorta di scuole professionale che si chiamava, allora, Avviamento al lavoro. Per la prima volta avevamo una palestra (all’educazione fisica, la vecchia ginnastica, presenziava il mitico De Paolis) e negli stanzini a piano terra, allora inutilizzati, ci riunivamo per piccole confabulazioni di neo-studenti e per assistere a mini-spettacoli, nei quali l’indimenticabile Alfredo Colombo, Gnocchi, imitava il preside Figliolìa, personaggio piuttosto bizzarro. Se rivado indietro nel tempo, i ricordi si moltiplicano e si accavallano incessanti. Proprio in questi giorni, ho voluto rileggere l’articolo che Adele Natta, nel 2005, dedicò al Convitto femminile Maria Pellegrina Amoretti, che aveva sede all’ultimo piano del Palazzo, quello che ospitò poi la Scuola Media. Ebbene, nostro compagno di classe, quasi come un legame storico con il passato, era il figlio della maestra Teresa Gerbaudo, che il convitto aveva diretto sino dalla sua nascita. Mentre noi sperimentavamo il nuovo assetto didattico, fuori il mondo era sconvolto dalla guerra, dalle urla delle sirene antiaeree, dai primi bombardamenti, dalle convulsioni del fascismo. Vestivamo da Balilla, De Paolis ci inquadrava per le famose adunate del sabato, le cartine geografiche appese alle pareti ci indicavano i luoghi delle battaglie d’Africa e di Russia e noi ragazzini maturati in anticipo, ricordo benissimo, già discutevamo di avvenimenti mondiali e della sorte del nostro Paese. Al palazzone eravamo tanto affezionati da farne nel pomeriggio luogo dei nostri giochi nei cortili e nel terrapieno che alle sue spalle limitava il perimetro delle Magistrali e lo divideva dalla strada soprastante. Dalla Media all’Istituto Magistrale, altri quattro anni sempre tra quelle mura, un piano sotto. Quattro anni intensi di studio e di vicende storiche, che vivemmo, scappando negli scantinati al suono degli allarmi, facendoci le ossa, a cavallo della Liberazione, come studenti con il giovanile spirito della ribellione, conquistando, insieme al Paese, la libertà di espressione che esprimemmo in un famoso giornalino d’opposizione contro quelle che ritenevamo angherie dei professori. Non solo ribellione, non solo apprendistato della politica, ma anche buoni insegnamenti da professori, come la Drago e lo storico Calvino, che ci sono rimasti vivi nella memoria. Insieme alle materie di studio, imparammo ad usare il ciclostile, la macchina da scrivere, la stenografia (con corsi serali volontari, che ci facevamo vivere le nostre aule anche alla notte), dibattiti sulla filosofia (!) con il prof. Ruta che poi ci impiegava come propagandisti e venditori di un suo famoso (?) libro su Kant. Se riavvolgo il gomitolo del tempo, eccomi ancora alle Magistrali ma, come dire, dall’altra parte della barricata, ad insegnare ai ragazzini delle elementari, poste al pianterreno, nel mio primo apprendistato e tirocinio di docente. Un filo rosso di una vita… tutto questo sono state, per me, le Magistrali, un legame durato nel tempo, con i figli che frequentano prima l’asilo froebeliano, lì ospitato, e poi la stessa mia media e poi ancora i nipoti, che ripercorrono la stessa strada, sempre in quelle aule e mi fanno approdare lì ancora oggi, a tanta distanza di anni e dopo tanti eventi. Come una tradizione. Potrei scrivere un libro e riempirlo di   aneddoti, ora lieti ora tristi, tanti sono gli episodi che alle Magistrali mi hanno legato, innumeri le figure di professori, bidelli, amici. Anche piccole epifanie del dolore, se penso a quanti ci hanno lasciato. Poteva essere distrutto da una bomba (e qualcuna cadde vicino…) e allora la battaglia sarebbe stata per una sua ricostruzione; ora potrebbe essere demolito dalle ruspe per assoluta necessità, ma sempre da ricostruire sulla collina di piazzetta De Negri. È stato bello questo tuffo nel passato, ha risvegliato ricordi cari, che stavano riposti negli anfratti della memoria e che rinverdiscono stagioni felici, ma non dobbiamo esserne prigionieri. Per Anatole France, il passato è la sola realtà umana, per lui tutto ciò che è, è passato. È un pensiero, se volete, anche affascinante, ma, se non vogliamo restare con il capo rivolto troppo all’indietro, dobbiamo capire se sono valide le innovazioni e approvarlo, con un salutare bagno di realismo. Se le Magistrali di ieri scompariranno, avremo certo una piccola-grande ferita nel cuore, insieme a tanti amarcord, ma saremo ripagati se i nostri ragazzi avranno una bella, moderna scuola, nella quale vivere giorni preziosi, come sono stati i nostri, e costruire un buon tratto del loro avvenire. Se, invece, non se ne fa niente e resta il vecchio Palazzo, vorrà dire che le nostre nostalgia avranno ancora un punto di riferimento solido. (NEW MAG n. 6/2015)

 

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