Una guerra combattuta da una bambina di una città di provincia sotto le bombe, tra le difficoltà quotidiane di sopravvivenza. Il libro fu premiato con il prestigioso Dattero d’oro al Salone dell’Umorismo di Bordighera nel 1998.

«Anche se si cantava: Del nemico e delle avversità / se ne infischia perché sa che vincerà… insieme ai sommergibilisti e ai marinai, all’imbrunire, quando c’erano delle navi in porto che sapevamo risvegliare l’attenzione nemica, mia madre si caricava di una pesantissima sedia a sdraio, che ci conteneva tutte e due, e di varie borse piene di tutto ciò che avevamo da salvare. Io portavo debitamente arrotolata una trapunta imbottita che serviva da materasso e coperta. Dovevamo essere pronti qualora avessimo trovato la casa ridotta ad un mucchietto di macerie, come i giornali mostravano accadere nelle città rase al suolo. Non esistevano i leggeri materiali d’oggi e mi domando, anche in questo caso, come facesse mia madre, mingherlina e malandata, a portare simili pesi per tutto il percorso in salita che dal porto arrivava in corso Garibaldi dove c’omin 1era l’ingresso (come c’è tutt’ora) della galleria Bertellé (dal nome dell’impresa costruttrice)…

… Con il cielo nuvoloso i grossi bombardieri di solito si limitavano a transitare. Suonava l’allarme, si sentivano rombare in alto e noi pensavamo con tristezza a chi sarebbe toccato ricevere il carico decimatore, in una bella giornata dall’ottima visibilità; sapevamo che le nubi ostacolavano la missione, poiché avrebbero dovuto scenderne al di sotto e, a bassa quota, i pesanti bombardieri non si destreggiavano molto bene; mancavano di agilità, di ripresa, come si direbbe oggi per una macchina, qualità importanti per fuggire e risalire nelle nuvole».

«Al mondo tutto è burla… chi lo diceva? Purtroppo la burla e la tragedia sono strettamente parenti, si può ridere con le lacrime agli occhi e piangere di gioia. Ormai tutti vogliono ridere, pare la parola d’ordine della salute della vita, non ha importanza il motivo, forse la tragedia sta proprio nel motivo. Per fortuna nostra, eravamo poveri anziani passeggeri dentro un autobus e non passeggeri di un’autostrada, e per colmo d’ilarità mi è venuto in mente che forse quello che manca da troppo tempo è una guerra, dove si può anche ridere se si ha voglia, ma stando tutti nella stessa autostrada ad attendere la Buona Morte, che non ci coglierà d’improvviso, ma che giocherà a lungo con noi, prima della liberazione. E non mi soffermo sui derivati di Libertà che possono diventare un ginepraio o forse, proprio pensando alla nostra personale Libertà, viaggiando oggi tra le canzoni e la gommapiuma… si è srotolato il cortometraggio di scolara, di italiana, di facente parte di questo tristo mondo di “Sapiens” dove cantare, forse, non basta più».

A BITEGA    U s’andexéva a a bitéga / giurnu pe giurnu / p’acattà quellu pocu / cu bastava p’a giurnà. / E de vötte mancu u s’acattava, / perchè i l’éra i sodi chi nu bastava. / Quellu giurnu, / mi a nu so cumm’a l’éra… / me mare a mirava tüttu, / e de tüttu a dumandava u préxiu… / U paxéva ca se vuresse acattà / tütta a bitéga. / Forsci, doppu avé spitàu / tantu i àutri, / d’andàrsene prestu u ga rincrescéva. / A cuntinuava, e sensa imbarassu / a dumandava. / In bellu mumèntu, cumme sa l’avésse… / a sporta cina… ca pesava / a sentu ca dixe: / «Quanta roba! Basta, basta! / Mi dia… mezz’etto di salsa! / … e anche… / un etto di pasta!».

omin 2A

 

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