Lunedì, 4 luglio Caro dottore, questa casa deserta, per anni regno dell’oscurità e delle muffe, ha richiesto dopo il mio ritorno varie attenzioni, prima che potessi concedermi di scrivere. Ma stamattina ho fatto una sosta, finalmente, per ammirare da questa piccola altura tutto il peso delle colline più grandi e forti che la proteggono, insensibili alla furia degli autotreni sopra i viadotti. Indovinavo anche le onde, laggiù, e m’è parso bene avviarmi. Ho camminato come fossi giovane, chiedendomi se avrei riavuto in premio una contentezza, domani, o se la meritassi già un poco, per lo zelo con cui ne simulavo i gesti. Dopo il primo viottolo ho raggiunto la china, fra rade abitazioni che il suolo obliquo spinge più in basso o più in alto di chi guarda. Ho riveduto la casa col grande arbusto, mia quand’era una baracca, e gli ulivi, e i grappoli acerbi negli orti. Sulla curva, ecco l’edificio grosso, quello che un lungo arco attraversa come un’oasi d’ombra. La chiesa m’è apparsa dopo la svolta successiva e la villa con la lavanda in fiore ha preceduto di poco la carrozzabile.Qui, dopo un negozio di dolci e una farmacia, un ponte scavalca da sempre un fosso secco e i cespugli che vi prosperano. Oltre l’area di servizio e la caserma fra i tigli, si sono profilati la stazione ferroviaria e il carcere. Ancora qualche passo ed eccomi alla banchina, da cui vanno a protendersi nell’acqua i due moli. Sul più lungo di questi, e sul più alto dei suoi tre livelli di cemento corroso, ho arrancato fra gli sciabordii azzurri fino alla rotonda grande, al cui centro ne sorge una piccola a sostegno del faro: ci riesce, dottore, a vedere con me? Se lo figura senza mie parole il cerchio dell’orizzonte nel bel sereno? Le racconterò altre percezioni domani, come lei mi ha prescritto, anche se mi sono oscuri i motivi che l’hanno indotta a insistere sulla quotidianità delle lettere e a chiedermi di riferire incontri e viste che potranno mutare ben poco.

 

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