PAGINE DAL LIBRO “LA VALLE DELLE FATE” La Valle Argentina è bella. Possiede la pulita bellezza delle cose semplici, senza artifici. Non ho esagerato quando mi sono intestardita a proclamare che la Valle Argentina è il paese delle fate, ossia una zona magica. Se ne può avere la conferma seguendo il corso del fiume omonimo perché, come tutto ciò che ha attinenza con spiriti benevoli, è infatti caratterizzato dalla bellezza. Dalla fonte alla foce il fiume Argentina attraversa valli verdeggianti, pascoli e macchioni. Per una particolarità, non spiegata razionalmente, ha la prerogativa di poter ospitare flora appartenente ad altitudini diverse, per cui potrete trovare il corbezzolo alla stessa altitudine del cirmolo, il gelsomino a quella del rododendro, senza dimenticare le nicchie di endemismi che ne fanno un vero giardino botanico. Ciliegi, salici, mirabolani, biancospini e prugnoli profumano l’aria e imbiancano i declivi in primavera. Le prode e i margini dei sentieri sono colorati da convolvoli, borragini, malve, rose canine e origano, mentre i canaloni stagnosi pullulano di veroniche, angeliche e giunchi. I sorbi abbagliano con il loro elegante portamento e con i ricchi grappoli rossi delle bacche. I maggiociondoli, i piselli odorosi, le orchidee e le sassifraghe stupiscono per la loro bellezza. Non si tratta di piante estranee ad altre valli o ad altri monti ma è l’incredibile concentrazione di specie e il fatto che il clima stesso permetta di coltivare il geranio in piena terra, vedendolo fiorire ancora a Natale, a destare meraviglia. Chi non ci crede venga a vedere di persona.
Dove l’Argentina riceve le acque del rio Capriolo e del Vallone di Corte è sorto Molini, che pare uscita da una di quelle cartoline con i versi di Bertacchi in uso prima della guerra. Amena è la parola per descriverla per le sue abitazioni tuffate nel verde di giardini e vigneti. Poco sotto Molini, costrettovi da un tratto pianeggiante di duro calcare, il fiume forma l’ansa, dove la sua irruenza ha accumulato terriccio e detriti, sabbia e ramaglia. Lì assieme al resto ha trasportato rizomi, piante divelte dalle piene e strappate ai giardini più a monte, semi e bulbi. Una lastra orizzontale di marmo nero poco distante è solcata da striature parallele di marmo candido, sottili, che si incrociano formando losangbe tanto regolari da far dubitare della loro casualità; il velo d’acqua che vi scorre sopra ne valorizza la bellezza. Se non è opera della natura, chi l’ha fatta? E quando? È forse ciò che rimane del pavimento di un castello incantato? Quasi dirimpetto alla lastra a scacchiere, sul pendio al di là della strada, è situato un masso, un blocco di pietra isolato circondato dalla macchia, su cui è stata eretta una piccola torre, forse di vedetta, con tanto di merli e cosi ben incorporata da sembrare tutt’uno con la roccia.
Alla sua base dal basso si intravede una rientranza di pochi centimetri di profondità, rettangolare e su per giù dell’altezza di un uomo. Forse è solo il risultato di uno sfaldamento e la sua forma è del tutto casuale ma a chi guarda suggerisce l’idea di una porta sbarrata. È forse la casetta di Darnadone, il nano di cui parla Antonio Rubino in uno dei racconti fiabeschi ambientati nel suo paese natio e riferentsi al brigantaggio turco nelle nostre contrade? Favole, fantasie, illazioni… però… Non è soltanto in quel punto del fiume che si trova qualcosa capace di destare interrogativi. Dove la strada, che scende da Carpenosa, passa sotto Gavano da una riva all’altra, proprio accanto al ponte, anzi quasi sotto, tanto che per vederlo bisogna sporgersi, c’è un pilastro di pietra-serena che reggeva il ponte di legno dei tempi più antichi. Niente lascia credere che fosse li per ragioni naturali ed è cosi ben lavorato e tornito da stupire. Come ha potuto la sola azione dell’acqua produrre un cilindro così regolare, diritto e uniforme? È li da sempre; se vi è stato portato, chi l’ha fatto? Le prime strade furono i solchi tracciati dalle acque, che con l’uso continuato divennero piste, si assodarono in sentieri, si allargarono in tratturi, crescendo e diventando prima mulattiere, poi vere e proprie carrozzabili. Cosi è stato per la strada che da Agaggio arriva fino al bivio per Montalto e posso tranquillamente affermare che è una delle più antiche della valle, forse la più antica in assoluto. L’hanno battuta i piedi scalzi degli uomini dell’età della pietra, i sandali dei Celti e dei Liguri, i calzari romani. Sulle sue rive l’Argentina ha visto susseguirsi in ondate continue tutta la storia della valle: le razzie saracene, probabilmente i Templari, certamente i Paladini al seguito di Carlo Magno. Galvano? Rinaldo? Le leggende ce lo suggeriscono così come certi toponimi quali Gavano, Perinaldo, Bajardo. Sicuramente la risalirono, come narra la storia, le armate longobarde, quelle genovesi, savoiarde e napoleoniche. Non sarebbe da escludere che anche drappelli marginali delle truppe di Annibale possano aver scelto di scendere attraverso il colle della Melosa. Contemporaneamente si spinsero nella valle numerosi santi, come san Marcellino, con i compagni Vincenzo e Donnino, san Bernardo da Chiaravalle, san Bernardino da Siena e san Nicola da Tolentino. Ognuno di loro, con il proprio carisma, ha certamente influito sull’atmosfera della valle, già naturalmente ricettiva, lasciando una scia di cui essa è ancora satura… Benché siano trascorsi più di quattrocento anni, a Triora è ancora appiccicata la nomea di paese delle streghe; tuttavia la presenza di streghe, o, se si preferisce, di fate, non si limita al breve periodo del processo rimasto celebre. Già dal periodo celtico si può ipotizzare la presenza di persone dotate, le si consideri streghe o no. Quando san Bernardino da Siena, recandosi in Francia, sostò a Triora, predicando contro l’eresia, lasciò anch’egli la scia del suo carisma, ma, nonostante le buone intenzioni e, speriamo, a sua insaputa, quella scia anziché odorare di santità puzzava di bruciato. La religiosità dell’intera zona si può anche constatare dalla cospicua presenza di santi locali, nativi o naturalizzati, delle nostre valli, i secondi indubbiamente per loro stessa ammissione saliti alla gloria degli altari in grazia dell’atmosfera particolare delle valli. Si può compilare in proposito un lungo elenco, da san Benedetto Revelli al Beato Giovanni Lantrua, dal venerabile mons, Tommaso Reggio alla nobildonna Margherita Brassetti, in attesa di beatificazione, le cui spoglie riposano nel cimitero di Triora, dal veggente che in sogno ebbe la rivelazione della fonte miracolosa dell’Acquasanta a Montalto al Beato Lanteri in attesa di canonizzazione. Sono vive le immagini miracolose della Madonna di Taggia che, muovendo gli occhi, convertì un principe di Savoia e turbò Napoleone al punto da indurlo a desistere dal saccheggio; né si può dimenticare la Madonna di Lampedusa, la cui immagine su tela servì da vela e da nocchiero alla barca del naufrago sfuggito alla schiavitù, riportandolo sulla spiaggia del paese natio. Gli ex voto della Madonna del Ciastreo a Corte e di San Giovanni dei Prati e quelli della Vergine di Loreto sono forme esplicite che testimoniano la benevolenza della Madre di Dio verso gli abitanti della valle. A Triora la Vergine è intervenuta ripetutamente per soccorrere anime afflitte o per confortare in qualche modo i contagiati dalla peste, dando loro la forza per sopportare le disgrazie.
La Madonna della Misericordia poi è particolarmente venerata nell’Alta Valle Argentina; la sua bellissima e commovente statua, che la raffigura nell’atto di apparire al Beato Antonio Botta, è trasportata ogni anno, la seconda domenica dopo Pasqua, sul Monte delle Forche, in adempimento a un antico voto del Parlamento triorese dell’anno 1756 per ringraziare la Vergine di aver debellato le terribili locuste che avevano pressoché distrutto i raccolti.
In tale occasione affluiscono a Triora trioresi da ogni parte del mondo qualunque sia la distanza da percorrere. I discendenti di coloro che hanno formulato il voto accorrono per perpetuare e mantenere la promessa dei loro antenati. La processione del Monte è una festa di famiglia, nel corso della quale cugini e congiunti si ritrovano, convenendo con identico anelito di riconoscenza. È una delle cerimonie più significative dell’antica città ed ancora la benedizione protegge non solo Triora ma tutta l’Alta Valle Argentina, che in passato faceva parte della potente podesteria genovese …

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