Sono passati ventinove anni dalla pubblicazione dei Promessi Sposi, il romanzo che Donaudi amò tanto da voler trasferire nella narrazione e nei personaggi della sua storia atteggiamenti, situazioni, riflessioni e senso religioso dell’opera del Manzoni.Titolo e sottotitolo richiamano esplicitamente I Promessi SposiStoria milanese del XVII secolo; anche la breve prefazione contiene come dichiarazione di intenti far rivivere qualche pagina di storia della mia città natale, attenuata da una certa modestia non so se sarò riuscito a farmi leggere di sapore manzoniano. Diversi l’ambiente, l’epoca, le vicende storiche, ma come i casi di Renzo e Lucia si inseriscono nel quadro più ampio della Milano in preda alla carestia e ai tumulti popolari che ne derivano, e ancora alla peste provocata dal passaggio dei lanzichenecchi, così la politica e i traffici della Dominante coinvolgono e travolgono le vite dei nostri personaggi. La storia non è uno sfondo, una cornice, un orizzonte più largo di una vicenda dai confini angusti, ma l’irruzione della realtà storica nella vita di figure minori. Lo sguardo spazia dal borgo dei Piani e dal Terziere di Torrazza, dove il racconto ha inizio, fino alle coste del Mar Nero, sulle rotte delle navi genovesi dirette in Crimea, a Tana, Caffa, Balaclava, a contatto coi Canati mongoli da cui giungono pellicce, storioni, caviale, schiavi, oro e argento. Il lettore segue con ammirazione la partenza da Genova della flotta comandata da Biagio Assereto, un figure dalla tempra d’acciaio, che affronta la flotta degli aragonesi schierata all’assedio di Gaeta, opponendo alla boria degli spagnoli una furia lucida e spietata. Sono pagine epiche che rappresentano con ritmo incalzante l’incedere delle navi dalle sfarzose vele dipinte, voci di comando, atti di eroismo, stragi orrende nei corpo a corpo dell’arrembaggio, tuoni di bombarde che soffocano le urla disperate dei galeotti divorati dal fuoco degli incendi, il tutto in nome di san Giorgio e di sant’Iacopo. Come nel romanzo del Manzoni, accanto ai personaggi creati dalla fantasia di Donaudi e forse già presenti nelle storie popolari, agiscono personaggi storici. Il racconto in undici capitoli si apre con i festeggiamenti per la ricorrenza dell’Assunta ai Piani, in un mattino di agosto del 1433. Da tutta la Val Prino la gente accorre attirata dalla presenza di venditori, buffoni, giullari. Balli, giuochi e gare allietano la festa. I giovani che militavano nelle compagnie di ventura, tornati alle loro case grazie a una tregua delle frequenti guerre fratricide, erano pronti a gareggiare. La giostra in programma quel giorno vede lo scontro tra giovani guerrieri che vogliono dar prova del loro valore: tra questi Pietro Aicardi e Manfredi, figlio del Vicario di Genova, entrambi innamorati di Annina de Berardi di Torrazza. Pietro Aicardi, Capitano agli ordini della Serenissima Repubblica, nipote di Gio. Battista Aicardi, detto lo Scarincio, corsaro e pirata portorino, dopo aver servito giovinetto sulle navi dello zio, s’era messo al soldo di Braccio da Montone per tornare infine ad imbarcarsi sulla nave di Ettore de Berardi, padre di Annina, che gli si affezionò e sperava di dargli in sposa la figlia. Dopo la morte di Ettore, Pietro si imbarca sulla Argo del valoroso capitano Giacomo Rambaldi, toccando le colonie di Pera e Caffa, Tana, Trebisonda, Sinope e Il Cairo dove affluivano le merci asiatiche. Torna poi a Genova per prendere il comando della San Sebastiano, lasciatagli in eredità dallo zio, e si reca con Delfino, il pilota della nave fedelissimo della famiglia Aicardi, a Torrazza, dove rivede Annina che si era fatta grande e bella! I due giovani, innamoratisi, decidono di sposarsi al ritorno di Pietro dal servizio come Capitano della Repubblica. A sfidare Pietro è un cavaliere (Manfredi) che vuole conservare l’incognito. Nello scontro entrambi sono feriti. Il secondo capitolo si apre con la romantica descrizione di una notte di luna: un cavaliere sosta per una preghiera, a mezzanotte, nella piazza di San Giorgio, in vista di Torrazza con le sue case, come un mucchio di arnie raggruppate sulla cresta del monte. In paese l’incontro tra Pietro e Annina, doloroso perché prelude ad una separazione, chiarisce l’inganno in cui era caduto Pietro, convinto che Annina si fosse innamorata di Manfredi a cui correva voce che avesse regalato un fiore. Ma Annina non ha mai avuto in cuore altri che Pietro che purtroppo si è impegnato ancora con Genova: si stava preparando una spedizione per domare una ribellione a Balaclava, in Crimea, presso Caffa. La vicenda si complica sempre più: Mafredi, convinto che Annina sposi Pietro non perché lo ami, ma per assecondare la volontà paterna, chiede al conte di Pietralata, suo parente, di far rapire Annina. La violenza degli sgherri del conte di Prelà, e in particolare del ribaldo soprannominato don Nottola, porta ad un duplice assassinio: muoiono la madre di Annina e il fedele contadino Tonio. Liberata dai Campari, Annina viene portata nel convento di Santa Chiara dove è badessa la sorella della madre: lì trova rifugio e si dedica ad opere di carità, quando poi infuria il vaiolo porta soccorsi alla popolazione. In una casa del borgo Annina e le ancelle videro un giorno una scena straziante: una giovane donna distrutta dal dolore vegliava il figlio che giaceva sul letto con tutti i colori della morte sul viso. Annina cercava di confortarla quando giunsero i monatti; allora la madre vestì il figlio con la più bella veste da festa, gli compose i capelli e glieli divise sulla fronte. Come non ricordare la madre di Cecilia nei Promessi Sposi? Già prima, nell’episodio del rapimento, le reminiscenze sono numerose: il castello del conte di Prelà come il castello di don Rodrigo, il berretto del capo degli scherani del conte simile alla reticella dei bravi di don Rodrigo, l’oste di Dolcedo, un figuro grasso, piccino, con la pancia che pareva un otre, e la faccia rossa come il pomodoro è il pendant dell’oste che a Milano serve stufato e vino a Renzo, e si potrebbe continuare senza, però, mai trarre la conclusione che Donaudi abbia saccheggiato il romanzo del Manzoni, ma piuttosto che lo abbia sempre tenuto presente come modello da imitare per attingerne, se possibile, l’altezza. Nell’ultimo capitolo, dedicato alla morte di Annina e introdotto dai versi dell’Adelchi in cui si leva il compianto delle monache intorno ad Ermengarda morente, il desiderio di emulare il Manzoni è espresso con chiarezza assoluta. Come il Manzoni ha reso immortale Ermengarda, saprà Donaudi far vivere la memoria di Annina? Tu non dovresti cadere dalla memoria almeno di coloro che videro quei luoghi dove tu avesti i natali e si compierono i tuoi patimenti. Annina qui non è più Lucia che, pur dopo tante sofferenze, potrà ricongiungersi a Renzo, ma una figura ben più tragica qual è Ermengarda: in entrambe la scelta della vita religiosa non cancella l’amore terreno che, divenuto tormento insopportabile, solo la morte potrà spegnere.Se ora la memoria di Annina si è quasi totalmente perduta dobbiamo farne una colpa al Donaudi? Certo, il linguaggio è spesso enfatico o di un lirismo eccessivo, ma sa anche elevarsi a toni epici (vedi la battaglia di Ponza) o commossi nella contemplazione della natura e del mare, che l’autore ama di un amore spontaneo e sincero, o appassionati quando evoca i sentimenti dell’amore e dell’odio che muovono i destini degli umani. Eppure il ruolo di Giovanni Donaudi nella storiografia di Porto Maurizio è rilevante. Nato a Porto Maurizio nel 1840 da famiglia originaria di Barcelonette (Doneaud era il cognome, poi trasformato in Donaudi), si laureò brillantemente in giurisprudenza a Pisa, ma rinunciò presto alla carriera forense per accettare un impiego all’Archivio di Stato di Genova, l’ambiente ideale per la sua fortissima passione storica. Già Annina, la sua prima pubblicazione, rivela le doti si storico che lo porteranno a produrre uno studio fondamentale come Storia dell’antica Comunità di Porto Maurizio. Ludovico Giordano ne L’Eco della Riviera, anno 1940, presentando l’opera storica di Giovanni Doneaud, esprime il rammarico che niente sia fatto per impedire che l’oblio avvolga la figura del maggiore e più appassionato storico della città. Intorno alla metà del secolo scorso Giorgio Garibbo, portorino della Val Prino, scrive un dramma storico in versi Annina de Berardi di Torrazza (La morta d’amore). È veramente esistita Annina? I torrazzani ne sono sicuri ed indicano il luogo dove sorgeva il palazzo teatro del rapimento e la prigione dove fu rinchiuso il feroce don Nottola, che gli abitanti del borgo volevano bruciare nel forno comunale; lo fecero più tardi, dopo averlo trascinato a forza fuori dal carcere del Bargello a Porto Maurizio, sulla piazzetta della chiesa di Santa Chiara. La vicenda si fa tragica quando Annina, credendo che Pietro sia morto nella battaglia di Ponza, prende i voti e, al suo ritorno, si ammala e muore. Pietro lascia al fedele Delfino l’incarico di esecutore testamentario e riparte senza far più ritorno. Tanti anni dopo Delfino si vedeva ancora sedere nelle sere d’autunno sulla piazza di San Giovanni alla marina, e ad un cerchio di giovinotti che gli stavano intenti d’attorno narrare con le lacrime agli occhi la battaglia di Ponza, e i casi miserandi di Pietro e di Annina. È un quadro di grande semplicità e solennità che chiude degnamente un racconto appassionante. La complessità della trama, la varietà dei personaggi, la familiarità dei luoghi in cui si svolge la vicenda – Piani, Torrazza, Clavi, Dolcedo, Prelà, Borgo Marina, il convento di Santa Chiara e la chiesa con annesso ospedale di San Giovanni – ma anche la vastità delle rotte genovesi, lo spirito religioso e il severo senso morale che pervadono il racconto rendono l’opera meritevole di attenzione da parte di chi fa cultura. (New Mag n. 1/2006)

 

 

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