traaaaAncor oggi mi prende la suggestione del ricordo, ormai lontano, di quando l’editrice volle parteciparmi entusiasta l’azzardo d’una nuova impresa per i tipi del CEI, germinante dagli oltre diec’anni in copertina di New Magazine – artista illustratrice Cristina Berardi. Colsi che lei malcelava qualche ambascia (d’altronde, di questi tempi smagati, è forse davvero azzardato cimentarsi nella cerca d’adesioni a un concorso letterario che non avrebbe veduti né vincitori né vinti – remunerato appena dal diletto decubertiniano del parteciparvi… e del legger se stessi!). Anticipatomi come affatto incidentale il numero 49 (giusto pari ai racconti di Hemingway!), ella domandò discreta a me pure di aderirvi; e lì per lì glielo confermai caloroso. Ma nei giorni che vennero andò via via montandomi l’inquietudine d’esserne inetto, c’è caso per via della troppa ridda d’idee. E nulla più dissi a Emilia sin che non ebbi stretta fra le mani la mirabile opera finita in brossura fresata, che al leggerla tanto mi meravigliò nella sua candida e cangiante compiutezza coniugale TRA PAROLE E IMMAGINI da raffermarmi d’aver fatta ‘cosa buona e giusta’ a desisterne. A nessuno è dato immaginare quanto pericolato sia quello stravagante coniugio! L’Immagine risulta al riguardante in un inerme onirismo fabulato, e mai ingannevole… nemmeno fosse in Fata Morgana; mentre viperina è la Parola: scritta, in ispecie inganna e raggira. Infatti tanto la tenne a vile Socrate che sempre la ripudiò… e salutò in addio di cicuta pure la cultura tramandata! D’altronde, chi si attenterebbe a descrivere i piaceri del palato sotto un cibo dapprima ignoto? Vano sarebbe l’intento di provarsi in parola a tradurre ad altrui quella delizia… senza che quegli la degusti! Immersomi poi nei due brani fabulatòri e fantasticanti di una felice penna sapida d’antico e languida di Po – (viene dai contorni di Parma, e colle parole si balocca poietico tra la calura in fumigine e le invernate brumose nel suo buen retiro immoto di Roccabianca, borgo campagnolo della bassa, che t’accoglie buono sotto l’ombra duplice d’alberi in viale, sempre congiunti in congresso di chioma a interdire il bagliore). Ed ecco allora – per me padano – quel raro coniùgio tra parole e immagini farsi indissolubile più d’un matrimonio morganatico! Si diede comunque che io pure m’arresi al favolistico, dandomi bel tempo con l’improbabile domanda dall’impossibile responso: Chissà che non siano le immagini trasognanti di Cristina Berardi ad aver ispirati i narratori avanti che le vedessero? O non sarà invece lei, in ucronica magia predittiva, ad aver tratta anzitempo l’ispirazione illustrata… da quei brani di vita vissuta – veri o fantastici che siano – avanti che li si scrivesse? Dilemma sfingeo, ma sempre metterà conto di goderne il tormento, come nell’eterno darsi dattorno a far l’imbianchino del Cielo… all’esordio di quella sessantina d’immagini surreali! (E però, a ben pensarci, quello è dilemma non poi tanto sfingeo, vedutosi che la stessa illustratrice così lo scioglie nella sua Nota LE MIE COPERTINE: … Penso che da questi racconti potrei di nuovo partire per creare altre illustrazioni… e chissà che non ne nascano altre storie!). Colto poi dall’uzzolo trasgressivo, io – che ad altri quasi ingiungo di non farlo – mi buttai precorso a frugare tra le pagine alla caccia d’altre figure; e nello stupore di ciascheduna nuova andavo almanaccando di che mai avesse raccontato il narrante così da abbracciarsi all’immagine! Per una mezz’ora buona non mi riuscì di rimuovere lo sguardo da quei colori che avrebbero scosso Oblomov perfino. E indugiai nel rimirarli, sin che quel soverchio soffermarmi iconologico finì col parermi di piccolo riguardo verso i narranti. Tratti i remi in barca, mi ritrovai a pensare quelle pagine in carta giusta e variopinta come di tante banconote d’altri Mondi – ciascuna svariata nel risalto e nel taglio. E fatte di cristallo, così che anche non in controsole ne tralucesse la filigrana d’ogni scritto, come s’usa con la cartamoneta per saggiarla buona. E che poi la esamini… com’io feci di lì a poco coi racconti. Subito scorsi quanto diversi fossero l’un l’altro… e inversi riguardo a ciò che m’era frullato in mente. Epperò tutti parevano come congiunti e disgiunti ad un tempo, col filo strano e intatto del puro anelito scrittorio… sempre personale… e sempre binato all’immagine. E andò così dissolto il mio scoliaste arrabattarmi per rimediare là in mezzo almeno un fuori tema… Per onestà culturale (temevo d’uscirne suggestionato) mi ripromisi – e in parte vi tenni fede – di non leggere per intiero e in sequenza tutti i quarantanove Racconti. Mi contentavo di ghermirne qualche impressione, fugace pur che bastevole giusto a far questi righi. E soltanto una volta che li scrissi, per aver conto di che mai ne fosse scaturito e se avevo colta l’essenza dell’opera, lessi per minuto ogni pagina; e mi piacque illudermi che mi fosse riuscito di coglierla, quell’essenza. Mi interrogo ora se pure Emilia e Cristina Berardi vorranno confortare questa mia illusione. Voglio dir loro, e ai lettori, che a bella posta mi proposi sfocati questi righi modesti di impressionismo. A buon diritto, il fuoco già provvidero ad aggiustarlo a puntino l’artista illustratrice e i narranti, congiunti. (New Mag n. 4/2013)

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