Quando devo in qualche modo esprimermi riguardo a un libro, un film, un quadro o altro genere di opera creativa, non di rado mi trovo alquanto spiazzato. Spesso, in un primo momento, non saprei bene cosa dire o pensare, rischiando di dimostrare scarsa sensibilità, se non persino pochezza di idee. Addirittura, talvolta mi succede qualcosa di simile, anche nel caso di valutazioni che non coinvolgano il giudizio di altri: semplici considerazioni fatte fra me e me, pure riflessioni private senza impegno, mi mettono allo stesso modo in difficoltà riguardo alla direzione critica verso cui incamminarmi. Col tempo tuttavia mi pare di aver capito che non mi devo preoccupare più di tanto, per questo fatto. Anzi, mi sono reso conto che è esattamente così che deve accadere. In primo luogo, perché l’opera va lasciata parlare. Finché ci troviamo sotto l’aura della sua influenza è necessario rispettare al massimo il potenziale di libertà espressiva che essa reca con sé, ascoltandola e basta. Ma soprattutto, perché ciò che conta non è tanto prendere una posizione rispetto a quell’opera, bensì cercare di capire in quale posizione essa stessa ci ha sorpresi, nelle fasi del nostro incontro col suo disvelarsi a noi. Intendendo col temine posizione, quel certo nostro stato d’animo con cui l’opera ha saputo mettersi in risonanza, quel frangente della nostra esistenzialità che essa è stata in grado di far vibrare. Nell’ottica di queste considerazioni, sono andato pian piano maturando un modesto criterio semi-universale, utile per valutare di volta in volta l’intensità e il grado di coinvolgimento suscitati da un racconto, da un romanzo, da un film, da un dipinto, e così via, ancor prima di essermi fatto un’idea precisa in merito. Se durante (ma soprattutto appena dopo) la lettura, la visione, la contemplazione, mi accorgo che quella particolare opera è stata in grado di farmi viaggiare verso un altro luogo e dentro un altro tempo, il bilancio è senza dubbio da catalogare come ampiamente positivo e so già che varrà la pena continuare ad interrogarsi sulle sfumature di significato più recondite. In altri dove e in altri quando molto rarefatti, è stata senz’altro capace di trasportarmi la lettura della squisita trilogia di Edena, un prezioso e spumeggiante vagabondaggio narrativo in tre atti, scaturito dalla delicata penna di Bruna Simoncini. Tanti sono gli spunti e le suggestioni che si vanno scoprendo, lasciandosi prendere per mano dal racconto che si dipana nei tre volumi, lungo l’incanto di un autobiografico labirinto degli specchi, attraverso cui l’autrice ci accompagna. I tre libri (editi dal Centro editoriale imperiese, e intitolati nell’ordine: L’Eden di EdenaEdena e il fioreUna gatta di nome Edena) invitano il lettore ad addentrarsi gradatamente nel microcosmo umano personale della scrittrice, prendendo le mosse dalle più lontane fascinazioni dell’universo della propria privata infanzia, sino ad aderire con lei a sentimenti e coloriture della vita che possono dirsi oggetto di empatica condivisione da parte di ogni donna e di ogni uomo. Uno dei principali pregi che s’impone sin dalle prime pagine (e che contribuisce fortemente ad alimentare, in questi libricini, la già accennata meraviglia di trasposizione dell’animo del lettore in un indefinibile altrove) emerge dall’invito che le parole di Bruna Simoncini fanno, a praticare lo sforzo gentile di un ritorno incondizionato allo sguardo bambino posato sopra le cose. L’aspetto sorprendente tuttavia non sta soltanto in questo fatto (che già di per sé rappresenta un tratto narrativo di rilievo, benintesi). La maggiore fonte di stupore risiede invece nel modo in cui il periodo dell’infanzia viene contemplato fra le righe delle avventure di Edena. Non si tratta di un nostalgico sguardo rivolto ad un’epoca della vita irrimediabilmente perduta. E nemmeno della vaga convinzione che alcuni aspetti dell’infanzia, un’impercettibile ombra o talune sfumature indefinite, permangano in noi sempre uguali anche durante l’età adulta. Pur essendoci qualcosa anche di queste due componenti (ed è invitabile), quel che più sorprende nel garbato assommarsi dei racconterelli di Bruna Simoncini, è piuttosto un aggraziato paradosso. Ossia, il fatto che alla fine l’infanzia si manifesta, fra queste pagine, come un’entità interiore che non smettiamo mai di riconquistare, lungo tutte le età della nostra esistenza. È quella la dimensione edenica a cui sempre continuiamo a tendere, sinché abbiamo le forze per alimentare in noi stessi l’insanabile malattia che va sotto il nome di desiderio di vivere. Per cui la vita adulta non è più da intendere come la fase di una maturità linearmente acquisita, bensì come esercizio continuo nel familiarizzare con ciò che significa davvero sentirsi, ciclicamente, infanti nell’animo. Non solo, non abbiamo smesso mai di essere bambini, ma ci rendiamo conto, crescendo, come sia necessario sempre più tempo della vita, per potersi dire degni di sfiorare la continua perfettibilità di quella dimensione. Percorrendo insomma i sentieri della ricordanza poetica, Bruna Simoncini perviene coi suoi scritti a certi territori della significazione molto prossimi a quelli indagati da Duccio Demetrio nel suo interessante Elogio dell’immaturità (Raffaello Cortina Editore – Milano, 1998). Scrive il professor Demetrio nella prefazione al suo saggio: «Chi avrà mai decretato che l’immaturità debba precedere ogni traguardo adulto? […] Perché non capovolgere questo luogo comune? Perché non pensare ad un’altra immaturità, che sappia continuare ad alimentare la nostra vita di innocenza e speranza? Che possa considerarsi anzi una risorsa rivelatasi proprio negli anni maturi. […] L’immaturità non è (…) un venir meno della maturità, il suo lato d’ombra, o il suo tradimento, ma una possibile, inesauribile virtù forse non lontana dalla saggezza. Senza immaturità, la maturità non può crescere; senza i suoi interrogativi, rischia di spegnersi». È questo il nucleo di senso profondo svelato dall’immediatezza e dalla freschezza, affioranti dai racconti della piccola (e poi sempre più grande, via via leggendo) Edena. Non tragga per altro in inganno l’apparente tortuosità concettosa di questa mia analisi. Il mirabile esito narrativo dei suoi racconti, Bruna Simoncini lo raggiunge infatti trattando le parole con la purezza stessa che emerge dalle cose del mondo, quando le sappiamo osservare senza i filtri imposti da certa artificiosità culturale, che in età adulta vorrebbe far pretendere di essere divenuti più sapienti. Ne deriva la rievocazione (e l’auspicio insieme, con sguardo sincronico posato sia sul passato, sia sul presente-futuro) di un mondo in cui le parole sembrano quasi essersi appena staccate dalle cose. Le parole ancora pienamente fresche della propria energia significante immediata; le cose ancora incontaminate nella loro evidenza compatita in presa diretta con il reale. Attraverso questa felice simbiosi tra parole e cose, veniamo così dapprima accompagnati nell’universo semplice dell’immediato secondo dopoguerra, in quel di Bologna e soprattutto dintorni. Assaporiamo l’unicità impagabile di certe emozioni primeve sbocciate lungo i dolci declivi appenninici che facevano da scenario alla casa dei nonni di Edena, fatato luogo di indimenticabili vacanze, in particolare estive. Le cose, la cui evidenza reale osserviamo crescere attraverso lo sguardo della piccola Edena, mentre lei stessa diventa grande, sono ad un tempo viste e nominate, come a stilare la rispettosa biunivocità di un alfabeto della vita. Persone, oggetti, animali, elementi naturali, accadimenti: tutto viene avvolto in un’aura di passione, contemplazione, attenzione, ammirazione, fremito, riverenza, timore, contiguità emotiva, e veicolato attraverso la semplicità della parola. La devozione per il dettaglio, l’ossequio rivolto alla bellezza degli aspetti minimali del vivere, sfociano in una diffusa religiosità non confessionale, nel senso applicato di una sacralità naturale, ispirata da (ma verrebbe quasi da dire respirata con) tutti gli esseri animati e inanimati. Questa immedesimazione osmotica con gli elementi del reale, segue un crescendo nel corso dei tre volumetti. Nella prima serie di avventure (L’Eden di Edena) il filo tematico si srotola proprio seguendo le fasi di apprendimento dell’esaltante e impegnativo mestiere di diventare bambini. In Edena e il fiore (secondo atto delle peripezie di Edena-Bruna) l’infanzia e l’adolescenza s’intessono con l’età adulta, come farebbero due mani intrecciate attorno ad un mazzo variegato di fiori di ogni genere. Fiori che non a caso giocano qui il ruolo di coprotagonisti fondamentali, impegnati in un continuo controcanto narrativo (ogni episodio e stato d’animo approfonditi da Edena col sommarsi dei suoi giorni, si specifica infatti nel simbolismo di un fiore relativo). Chiude il ciclo il terzo libro, Una gatta di nome Edena, nel quale la contiguità personale con l’universo si sublima in un sentimento di pan-felinità incondizionata, una dichiarazione d’amore assoluta per i gatti e per la misteriosa dimensione esistenziale ad essi associata. Il racconto si cala così ancor più nei modi della favola, portandoci ad osservare il mondo con occhiali dotati di lenti gattesche. Diversi piccoli episodi di vita felina vissuta sono tratteggiati come chiazze eleganti di colore, materia con la quale Bruna Simoncini ha ampia confidenza (il volumetto è abbellito da alcune opere pittoriche dell’autrice, che è anche raffinata indagatrice del mondo delle immagini). I gatti sono bellezza pura e chi li ha avuti intorno per casa conosce bene quella curiosa forma di dipendenza visiva e tattile che queste arcane bestiole sanno suscitare: non ci si stancherebbe mai di stare ad osservare i loro mille piccoli rituali senza tempo, sempre     uguali, ma ogni volta carichi di una nuova sfumatura di energia estetica rinnovata. Oltre alla magnificenza delle movenze feline, esiste forse solo un altro spettacolo al mondo, capace di presentarsi con altrettanto magnetismo ipnotico e totalmente fine a se stesso per lo sguardo umano: le incessanti giocolerie linguiformi della fiamma dentro allo scrigno del camino. La lettura della Trilogia di Edena ha saputo anche rinverdire, fra le varie mie impressioni, un curioso convincimento che vado coltivando da tempo. In una qualche maniera non meglio specificabile, credo in certi fenomeni che mi piace definire sincronie narrative. Queste felici combinazioni dell’animo si verificano quando varie fonti di suggestione, incontrate quasi per caso durante i vagabondaggi bradi nella grande prateria della fascinazione letteraria e creativa in genere, convergono verso un’armonia condivisa di significati e atmosfere. Non saprei spiegare altrimenti come mai, proprio nei giorni in cui ero immerso nella affascinante lettura della Trilogia di Edena, mi sia capitato di incappare, sfogliando l’allegato settimanale del Corriere della Sera, in questi versi del poeta turco Nazim Hikmet (1902-1963), tratti dalle sue Poesie d’amore: Non vivere su questa terra / come un inquilino / oppure in villeggiatura / nella natura / vivi in questo mondo / come se fosse la casa di tuo padre / credi al grano al mare alla terra / ma soprattutto all’uomo (cit. da Non vivere su questa terra come un inquilino, articolo di Nuccio Ordine, su Sette del Corriere della Sera, n. 47 del 21-11-2014). È indubbio che il vero scrittore può dirsi tale, quando sa essere maestro delle cose della vita, pur senza essersi prefissato alcun intento pedagogico preventivo. La scrittura romanzesca non vuole insegnare nulla e non insegue scopi intesi nel senso ordinario del termine: essa deve soltanto obbedire alla propria natura di veicolo di bellezza. Questo ruolo viene svolto in pieno dai racconti di Edena, ma se dovessi dire qual è il significato più profondo che possiamo trarre dalla floreale propensione narrativa di Bruna Simoncini, sceglierei proprio i versi della poesia di Hikmet. Questo dunque ci raccomandano i tre preziosi libri di Edena: Non vivere su questa terra come un inquilino. E non è questa la sola assonanza letteraria da cui si viene sfiorati durante la lettura dei racconterelli di Edena. Leggere è stupendo proprio per questo: ogni volta si riscopre un’ineffabile magia che renderà unico il confronto con quel testo. Ciascuno ci rinviene un proprio percorso, al contempo singolare eppure, paradossalmente, anche universalizzabile. Ecco allora che gli echi di svariati stati d’animo ad un tempo familiari e rinnovati, provenienti dal ricordo e dal sapore di tante altre letture fatte o di   emozioni vissute nella propria esperienza, potranno venire a galla nelle maniere più inaspettate. Personalmente, ho assaporato nelle ambientazioni emotive degli scritti di Bruna Simoncini, e nella cristallina linearità della costruzione della sua prosa, reminiscenze di incanti narrativi di un altro cantore dell’emiliana ineffabilità dello spirito, Giovannino Guareschi. In particolare, ho ravvisato un’affinità di tratto nella scrittura, in quella capacità di raggiungere la sensibilità del lettore con un italiano talmente preciso e fedele, e per questo così immediato, da possedere curiosamente quasi la medesima, nobile, forza espressiva del dialetto. Addirittura, anche se potrà sembrare cosa molto strana (considerata la distanza, soprattutto geografica, fra i due termini di comparazione), in alcune misteriosità pregiate, in talune sfumature di confronto con gli aspetti selvaggi ed arcani dell’elemento naturale, ho colto quasi impercettibili, eppure familiari, risonanze con sensazioni simili regalatemi a suo tempo dalla lettura di La mia Africa di Karen Blixen. A suggerire una piccola, grande verità, forse troppo spesso trascurata: ossia il fatto che, a saperla ben osservare ed interpretare nel profondo, non esiste nulla di più esotico della quotidianità. Tante sono insomma le intense fascinazioni che la Trilogia di Edena è capace di mettere in risalto ponendole nella soffice controluce del lume del ricordo. Ma una cosa sola, forse la più importante, rimane da dire al termine di queste meditazioni in ordine sparso riguardo alla triplice opera di Bruna Simoncini. Nelle sue pagine, tutte le suggestioni complesse che ho provato a tratteggiare, credo si possano senz’altro leggere. Ma sopra a tutto (anche correndo il rischio, con la spiazzante semplicità di questa considerazione, di mettere in ombra la costruzione di tutto il mio edificio critico), rimane da rimarcare il più prezioso valore di fondo, attribuibile a questi racconti: i loro lettori ideali sono e rimangono in primo luogo i bambini.

 

 

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