Chiaroscuro

Sull’onda magica dei ricordi

di Luciano Vitale

Presentazione di Mirella Vitale

12,00

[ 2013 - 182 pagine ]

RECENSIONE Dopo Come un romanzo Luciano VItale  pubblica l’ideale continuazione, Chiaroscuro. Il primo particolare su cui mi sembra giusto soffermarmi è che in entrambi appare il medesimo sottotitolo Sull’onda magica dei ricordi e di certo non a caso. L’abbandono ai ricordi è, infatti, il trait d’union che accomuna le due opere, la memoria di un passato rimasto nel cuore di mio marito, l’amarcord di un periodo che appare come sfondo ai racconti, ma che in realtà è, a mio avviso, il vero protagonista, il personaggio senza il quale si perderebbero il fascino e la singolarità dell’insieme. È stata davvero magica la voglia di ricordare che Luciano ha rinvenuto in sé e che si è manifestata quasi improvvisa al termine di un cammino-pellegrinaggio, compiuto da Roma ad Assisi con il suo amico Bruno, che lo ha portato a ripercorrere i luoghi dove aveva trascorso lunghi periodi della sua prima adolescenza. Al ritorno, dopo aver diligentemente compilato un dettagliato resoconto, un diario dei giorni trascorsi in cammino forse commissionatogli dal capo, ha continuato a scrivere, come ispirato, con il profondo desiderio di fermare ricordi che erano riemersi dal passato e che temeva quasi potessero svanire all’improvviso. Mentre Come un romanzo è costituito da vari racconti, Chiaroscuro presenta un’unica vicenda che ha protagonista il singolare personaggio di Maria Stella, ma identici restano l’ambientazione, i tempi, i costumi, la mentalità. Non scompare mai lo sfondo di quel particolare, unico e affascinante paesino delle colline della nostra amata Umbria, dove Luciano trascorreva lunghi periodi delle estati estive degli anni Sessanta. Quanto ha fatto è in fondo quello che ciascuno di noi vorrebbe fare, perché ogni vita è una miniera di ricordi, ma quasi sempre, nel riprometterci prima o poi di concretizzare il proposito, cioè di metterli per iscritto, rimandiamo per una forma di pigrizia, adducendo la scusa che non ne saremmo capaci e… per il timore che nel rimuovere la polvere tornino alla luce anche amarezze, delusioni, afflizioni del passato. Luciano, invece, nello scrivere ha scoperto quanto sia dolce e importante tornare al passato, perché rivivere i ricordi significa capire chi eravamo e chi siamo diventati anche passando per esperienze apparentemente poco incisive, ma in realtà ricche di stimoli, di insegnamenti, di inviti alla riflessione e di progressiva conoscenza di sé. Ritornare con la mente e con il cuore a momenti resi ancora più dolci dal tempo trascorso rasserena l’animo, fa svanire le ansie che spesso ci opprimono e affrontare con più pacatezza le preoccupazioni del presente e le incognite del futuro. La memoria è tesoro e custode di tutte le cose: questo aforisma ciceroniano è a mio parere la chiave giusta con cui leggere i due libri certamente abbandonandosi ad assaporare l’originalità di personaggi a volte spassosi, a volte teneri, a volte misteriosi e tenebrosi. Quando con Luciano avremo il piacere di presentare agli amici questo libro, di sicuro ci soffermeremo più dettagliatamente su particolari, episodi, personaggi, ma in queste righe mi è sembrato opportuno soffermarmi sull’aspetto dei due romanzi che ritengo fondamentale e cioè l’importanza e la bellezza di abbandonarsi ai ricordi e ritrovare in essi la profondità delle nostre radici. (Mirella Vitale – da New Mag 4/2013)

INCIPIT A volte i pensieri volano lontano e d’incanto mi soffermo a rivivere frammenti della mia esistenza che inesorabilmente la mente, appesantita dall’età, tende ad accantonare in un soporifero oblio. Mi distraggo dalle preoccupazioni quotidiane e, con uno sforzo, m’impongo di farli rivivere, riemergere da un impolverato archivio. Quelli della preadolescenza sono ricordi incontaminati e spensierati, che ancora oggi riescono a scaldarmi il cuore dandomi piacevoli sensazioni di benessere e tranquillità. D’incanto mi fanno volare ad un periodo dolcissimo, quando soggiornavo a lungo in un paesello della rigogliosa e sempreverde montagna umbra dove abitavano i nonni materni e gli innumerevoli parenti che componevano una famiglia allargata e molto unita. Amavo rifugiarmi spesso in una cameretta, un piccolo ripostiglio, il magazzinetto come lo chiamavamo, che sentivo come mia, lunga e larga meno di tre metri e, trattandosi di un sottotetto, con il soffitto che seguiva un andamento obliquo. Ad illuminare e arieggiare l’ambiente c’era una finestrella di poco più di tre palmi. Quel rustico infisso, un vetro con quattro assi di legno grezzo incollati e inchiodati tra loro, mi permetteva di avere una vista privilegiata sul mondo che mi circondava. Sulla destra godevo della compagnia della mia splendida montagna che ogni giorno si cambiava d’abito e mi suggeriva attività sempre nuove e diavolerie da improvvisare con i pochi amici che avevo. Sotto di me il punto nevralgico del paese, il centro del mio mondo, il sagrato della chiesa, luogo obbligato dove tutti dovevano passare e dove tutti si fermavano per scambiare quattro chiacchiere, quai sempre pettegolezzi se si trattava delle comari…

DELLO STESSO AUTORE Come un romanzo – Cei, 2010

 

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