IN TASCA SOLTANTO GRANTURCO

In tasca soltanto granturco

Diario e racconti

di Bruno Viano

Grafica di copertina di Stefania Milesi

10,00

[ 1996 - 208 pagine ]

Fronte francese 1940 – Fronte greco-albanese 1940/1941 – Fronte libico-tunisino 1942/1943 – P.O.W. ad Hereford (Texas) 1943/1946. Intere generazioni sono uscite dalla guerra che aveva bruciato la loro giovinezza con in tasca soltanto granturco, come quel giovane, mai odiato, soldato greco, trovato morto tra i reticolati in una apocalittica notte del gennaio 1941 sulle pendici del Monte Pupatit, in Albania: un simbolo.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE Ci sono degli italiani i quali, dopo essere stati inviati con cartolina precetto a soffrire e morire in ogni parte del mondo, si sono visti finora praticamente negato il diritto di dire «io c’ero». Sono molti combattenti della guerra ’40/’43, tornati a casa dopo anni trascorsi sui vari campi di battaglia e tra i fili spinati dei campi di prigionia, ma soprattutto sono quelli morti su quei campi e tra quei reticolati. Giovani in un certo senso sempre ignorati dall’Italia che pure li aveva chiamati a morire. Nelle loro povere tasche, idealmente soltanto granturco: come per quel giovane nemico greco il cui corpo emerse dalla neve e dal gelo proprio davanti ai nostri reticolati in una terribile notte del gennaio 1941 e che, come unica espressione di tutta la sua ricchezza terrena, come solo segno per un suo impossibile riconoscimento, aveva in tasca soltanto qualche chicco di granturco. Non a caso, dunque, ho scelto nel titolo il riferimento a questo Caduto, perché la sofferenza di quella guerra d’Albania, di tutte le guerre su tutti i fronti, ci aveva reso fratelli. Anche per lui non ci sono stati riconoscimenti e forse il suo corpo è rimasto ignorato nella fossa scavata su quel costone deserto. Sono conscio che chiunque di quel tragico periodo può ancora parlare e scrivere è un privilegiato: è sopravvissuto a prove e pericoli, ha avuto modo di ricrearsi, di godere del credito di vita che gli è stato concesso. Ed è quindi per coloro che sono morti che sento di dover pubblicare questi lontani ricordi di guerra: per ricordarne le esperienze, le tragedie, i sogni, perché anche di sogni si nutrirono quelle generazioni. I morti invece non hanno potuto. Hanno soltanto combattuto con la purezza dei loro vent’anni, affrontando disagi e lontananze, troppo spesso avendo in tasca soltanto granturco, come quell’ignoto, mai odiato, nemico greco. (B. V.)

ALLA FINE DEL LIBRO  In tasca soltanto granturco, pubblicato nel 1996, Bruno Viano aveva aggiunto alcune righe che preannunciavano un seguito alle Novelle del Tomori, l’ultima sezione della sua opera, quella più aperta alla fantasia e all’immaginazione. Eccole «Alle vicende finali del castello di Novarmour, a quelle dei suoi ospiti, così come io me li immaginavo, avevo dedicato, stando ad Hereford, nel campo di prigionia, il canovaccio di un romanzo-fiume. Era diviso in quattro parti, intitolate, rispettivamente, Il padre, La madre, I figli, Il castello della battaglia. Era con me, nella stessa baracca, Giuseppe Berto che scrisse in quel periodo Il cielo è rosso, il suo primo romanzo. Nelle mie intenzioni avrei voluto dimostrare come la storia del castello, e la sua distruzione, rappresentassero simbolicamente la conclusione di tre vicende umane convergenti: Il padre, la ripulsa della guerra e dei suoi orrori; La madre, crocerossina, la dolcezza e la femminilità che ne tempera le crudezze; I figli, la speranza e la ricostruzione.Di tale romanzo scrissi per primo, quasi inconsciamente, il capitolo finale mentre lo svolgimento delle altre parti rimase largamente incompleto e devo riconoscere che non ho mai capito perché avessi cominciato proprio dalla fine». Nel libro, a questo punto segue il breve epilogo di quel romanzo  che Viano definisce “mai completato”.  Ma si era nel 1996. Non sappiamo se poi, nel corso degli anni successivi alla pubblicazione di In tasca soltanto granturco, il Viano, appassionato narratore, abbia trovato l’ispirazione per portare a termine il suo progetto di Hereford.


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