La barca del vichingo

di Nila De Giorgi

In copertina, Portrait of a Young Woman di Meredith Frampton, 1955

Grafica di copertina di Stefania Milesi

10,00

[ 1997 - 160 pagine ]

Estate 1994 in un’imprecisata località rivierasca, una donna anziana scrive lettere. Roberto Baggio sta trascinando l’Italia verso il finale dei Mondiali di calcio, nel porto arrivano barche, si fermano per lavori e ripartono, come la barca del vichingo, presenza muta, quasi simbolica. E Caterina, la protagonista, cammina e registra ogni cosa da luglio a settembre: accadimenti anche minimi, volti, colori, suoni. Zeno al femminile, su suggerimento del suo dottore fa lunghe passeggiate per la salute del corpo e si esprime scrivendo per la serenità della mente: così, a mano a mano che il racconto si snoda, emergono – con estrema delicatezza, con sobrio pudore – schegge di un passato doloroso frammiste ad appunti sul quotidiano. Enunciare la trama de La barca del vichingo, così rarefatta, può però rivelarsi ingannevole e creare l’immagine di un testo sulla senilità, un po’ statico e scontato: il romanzo, all’opposto, sa sorprendere quasi a ogni pagina. È inutile cercarvi il pianto esibito, il lamento, l’autocompiacimento: recuperando in modo sapiente e brioso la bma del romanzo epistolare, Nila De Giorgi ci consegna infatti un’indimenticabile protagonista e una narrazione tersa, potente. Il monologo insistito di Caterina si snoda attraverso un linguaggio mai banale, eppure assai leggibile: sia che si trovi alle prese con le riflessioni sul senso della vita o con i prosaici acciacchi dell’età, Caterina è sempre vivace, intelligente, ironica, tanto che è davvero un piacere seguirla persino nelle menzogne, nei ritual i di sopravvivenza che elabora di giorno in giomo con candida astuzia. Combattiva e rassegnata al tempo stesso, sembrerebbe negare il mondo eppure, come solo i grandi pessimisti sanno fare, ce lo fa amare in modo struggente e compiuto. Senza mai concedersi alla commiserazione, disposta sempre a sorridere di sé prima che degli altri, Caterina intesse, in questa estate prima rigogliosa e quindi morente, un canto di accettazione del duro passato quanto dei tenui luccichii di futuro che baluginano nel presente: un canto di accettazione dell’esistenza, insomma. Elegante e dolente, La barca del vichingo costituisce opera di indiscutibile fascino, ed è lettura destinata a lasciare ben più che un’impressione passeggera in chi vorrà lasciarsi sedurre dalla sua splendida voce narrante e dall’affascinante diagramma della sua anima. (Andrea Marti)

DELLA STESSA AUTRICE Presagi – Cei, 1997; Lo schedario della misantropa – Cei, 1998; Le intelligenze della domenica – Cei, 1999; L’apprendista – prove di versificazione – Cei, 2016


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