L’incrocio

Cronaca di un viaggio a Matany

di Agostino Gaglio

[ 2005 - 90 pagine ]

PROLOGO Un giorno di marzo, ad Asti, in corso Alfieri, dalle parti della pasticceria Giordanino, verso le undici di un mattino che anche nel centro città sa di un annuncio di primavera. Un paesaggio ristretto e rassicurante dove passeggiare la mia irrequietezza e l’accidia rancorosa per tutto, per me stesso. Sono medico da quasi trent’anni, anatomopatologo per la precisione, e da venti lavoro nell’ospedale di Asti, se si esclude una breve parentesi in quello di Alba. Negli ultimi tempi ho visto la lancetta del misuratore sul serbatoio delle motivazioni professionali abbassarsi rapidamente verso il rosso. Incomincio a pensare, con rassegnato, ma fondato pessimismo, di essere ormai in dirittura d’arrivo e che al capolinea non manchi più molto. Eppure mi solleticano ancora molte curiosità e la voglia di sfide, di intraprendere percorsi nuovi. Tutto sommato, mi sento quello di sempre: randagio, un po’ infelice, un po’ sognatore, un po’ insoddisfatto, un po’ solo, un po’ intrepido e un po’ vigliacco, un po’… Ho una moglie che si chiama Maura e fa la farmacista. Non abbiamo figli, ma ci hanno adottato i gatti che liberamente vanno e vengono nel giardino che circonda la nostra casa per prendere i pasti con la regolarità a cui li abbiamo viziati. Anch’io, in fondo, sono uno di loro e Maura ha dato una casa al mio bisogno di affetto, ha aperto il suo cuore al mio navigare senza mai trovare un approdo dove sostare a lungo. Credo di avere bisogno di lei più di quanto non riesca a capire e, comunque, è rassicurante sapere che c’è. Dunque, ritorniamo in corso Alfieri, davanti a Giordanino. Come un bambino goloso, lascio per un attimo la compagnia della fretta quotidiana e mi fermo a dare un’occhiata alla cornucopia di dolci che occhieggia con sensuale lascivia dietro la trasparenza della vetrina. Quando decido di resistere alla tentazione – ma non bisognerebbe, invece, cedere come insegna quel compianto maestro di Oscar Wilde? – mi trovo davanti Erik Domini. Primario ginecologo in pensione, sessanta e più anni ottimamente portati, collega e amico, come si può essere amici di un lupo solitario, di uno fuori dal coro come lui. Sono anni, praticamente da quando ha lasciato l’ospedale, che non ‘lo vedo, ma poco o nulla c’è di cambiato nel suo sguardo trasparente, profondo e insondabile, nel suo abbigliamento di studiata trascuratezza, nel suo parlare gentile che risuona di veneta eleganza. “Ciao, ma quale onore!” io. “Professore!” lui, mentre le mani si stringono energicamente e procediamo nei convenzionali cazzeggiamenti di manierata deferenza cui eravamo soliti. Ci fissiamo, ci scrutiamo, ci studiamo.”Dove sei adesso? Mi avevano detto che eri in Eritrea”. “Non più, me ne sono venuto via, il direttore… ” non ha bisogno di aggiungere altro, Vecchia storia, il lupo solitario non sta in branco. “E ora?” “In Uganda a Kalongo. Un ospedale comboniano. Un’esperienza magnifica. Lo spirito della missione. Lavoriamo senza tregua e poi la guerra, donne e bambini che cercano rifugio nel villaggio, nell’ospedale, ogni notte. Entrano al tramonto e vanno via al mattino. Sei, settemila. Vedessi con che dignità. E poi feriti, mutilati, AIDS e virosi di ogni tipo”. “Una scelta coraggiosa, da te!” Sorride dolcemente e un po’ orgoglioso. “Vedo in continuazione donne con tumori e malattie di cui non ho mai riscontri diagnostici anatomopatologici” butta lì, come un attore consumato che porge la battuta al compagno di scena. “Ti ci vorrebbe un patologo…” un mezzo sorriso per sottolineare l’ammiccamento scontato. “Tu non sai quanto…” assume l’aria seria e convinta che gli conosco, quando meno riesci a capire se ti stia prendendo in giro. “Ma uno bravo, voglio dire… Non se ne trova facilmente…” La battuta non si è esaurita, ma un venticello frizzante incomincia a soffiare tra i miei pensieri, li elettrizza, li scompiglia, li spinge a velocità crescente. Il gatto randagio che mi sonnecchia dentro si stira per scrollarsi di dosso la noia. Fa toeletta, strizza gli occhi sul mondo che gli è indifferente, sulla sua intangibile presunzione, sulla dolce amarezza di cui snobba la vita e incomincia ad annusare l’aria. Aria di fuga, di awentura, di sogno, di sfida e di qualcosa d’altro che non sa, che non riconosce, che è un tremore nascosto in un mucchio di vecchie certezze. “E se venissi lì da te a fare un po’ di pap-test?” ecco l’ho detta. La mia battuta. “Ma sarebbe una benedizione del Signore!” il suo tono ispirato, lo sguardo evangelico: caro, vecchio, immutabile Erik. “Dico sul serio, non mi ci vuole molto: un microscopio usato, quattro carabattole, un po’ di reagenti. E fatta. Hai trovato il patologo” credo di avere la faccia che ho quando prendo le decisioni che mi cambiano la vita, cioè del tutto inespressiva. “Quando vieni?” un lampo di sincera fretta nei suoi occhi o sbaglio? “Be’ la decisione è presa, ma ci vuole organizzazione.Sopra i nostri cuori romantici, c’è un cervello mitteleuropeo, mein Freund!” “Bene, parliamone, sentiamoci. lo resto qui ancora due settimane” ”Vieni a trovarmi in ospedale, domani a quest’ora. Ne parliamo!” “Sicuro! A domani! Salutami la tua signora moglie Maura e anche la tua signora suocera” “Non mancherò, a domani” Ci salutiamo. Il giorno dopo Erik viene puntuale a trovarmi in ospedale e ne parliamo. Poi ne parlo con Maura e amici come Rosalda e Paolo, Maurizio e Miti, Sandro e Elena, Gianguido e Nadia, Adriano e. MiIIi, Giusi, con le mie sorelle Sandra e Rosamaria, i miei cognati Edoardo e Alberto, suo fratello Ettore. Ne parliamo, nemmeno troppo, tutti sono d’accordo. Un sabato di novembre dell’anno scorso ci ritroviamo nello studio di un amico, il notaio Giorgio Gili: nasce Wecare onlus, perché … la cosa più importante da fare in una vita è chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi. Parole di Luigi Pintor che ho voluto come dichiarazione di principio di ciò che faremo. Era novembre, ora siamo a luglio di quest’anno. Nel frattempo Erik si è spostato da Kalongo a Matany, un altro ospedale comboniano, ma sempre in Uganda e io sto partendo per raggiungerlo. Tutto è incominciato davanti alla vetrina della pasticceria Giordanino, con un appuntamento che non sapevo di avere.

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