Molo Express

di Marino Magliani

Disegno di copertina di Dada Prunotto

Grafica di copertina di Stefania Milesi

10,00

[ 1999 - 120 pagine ]

Illustrazione di D. Prunotto

RECENSIONE Il viaggio del cane Cobre dalle colline verso il mare è il viaggio dell’autore stesso, è il viaggio dell’Uomo verso la morte. Cobre quando giunge in riva al mare non muore, ma vede la morte, vede che si può morire, anzi si deve. Il bisogno di obbedienza e il dovere dell’attesa sono propri dell’uomo che attende la morte. Ma, se l’ideale collegamento tra Cobre e l’Altro costituisce la colleganza spirituale tra Marino Magliani e Giovanni Boine, è il fortissimo richiamo della sua terra, la Liguria, che ci propone il legame fra Ulisse e Itaca, nonché quello tra Foscolo e Zante. Pertanto Ulisse, Ugo, Marino sono accomunati in una stessa sorte in quanto, sognando la propria terra, ricercandola nell’intima essenza del proprio io, cercano se stessi, cercano Dio. Possono pure non trovarlo, però il volerlo cercare, il tentativo, è già di per se stesso l’atto di fede. Un poco come la vita che si tenta di viverla e si può capire se si è riusciti a farlo solamente quando si muore (e a volte neppure allora). Marino non si atteggia mai a messaggero, a vate; egli non ha da trasmetterei messaggi datigli da Dio o da un qualche essere supremo, ma ci racconta, con grande maestria, dei fatti, una storia. Quindi in quel volo di gabbiani, sicuri di ritrovare intatto il porto del domani, c’è – in modo intimamente sofferto – l’atto di fede dell’autore stesso. Quando Marino ci dice che le lacrime sono antiche e la profondità del buio allarga il dolore, egli va ben oltre il dolore leopardiano prima e pavesiano poi. È pienamente conscio, Marino, che le immani fatiche e i dolori che l’uomo affronta nella propria esistenza lo porteranno all’ineluttabilità della morte. Quando scompare la notte, arriva il giorno, sorge il sole che si tira su dalle acque. Marino è un regista dalla profonda sensibilità: le sue parole sono versi in prosa, poesia parlata. Lo spettacolo della natura è un ringraziamento alla vita. (Luigi Seccatore, 2000)

Se le stranezze si susseguono con una frequenza allarmante e incolpar la casualità, la coincidenza, l’intuizione ecc. non ci basterà più, si potrà sempre tentar di convivere con la presenza dell’Altro, ossia di accettarlo pur continuando a far finta di niente. Intanto il dubbio resterà… E questo valeva anche per lui. Sì, che quaggiù ci fosse già stato era evidente. La grande conoscenza dei luoghi e degli usi gliene dava quotidianamente ampia prova. Dell’Altro non sapeva nulla, una confusione di pensieri non suoi e di visioni mistiche lo svegliava la notte. Allora sentiva la rugiada penetrarlo e non c’era niente altro da fare che aspettare l’alba. Forse era, questa dell’insonnia, un’abitudine presa dall’Altro? Questo, Cobre, non lo sapeva. Però gli capitavano giorni in cui la prima luce lo coglieva in un tale stato di abbandono, come di resa dolorosa, che neanche la coscienza del respiro lo rinfrancava, né il sole di giugno gli asciugava le ossa. Non avendo egli grandi motivi per disperarsi, attribuiva all’Altro anche questo tormento. Di fatto dell’Altro ignorava molte cose, a partire dal carattere scontroso e ostinato, altrimenti, un po’ come il figlio apprende in là con gli anni caratteristiche del padre e trova in esse giustificazione alle sue opere, così anch’egli si sarebbe potuto rassegnar alla condanna della solitudine. (M.M.)

DELLO STESSO AUTORE, Prove tecniche di solitudine – Cei, 2000

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi