Prove tecniche di solitudine

di Marino Magliani

10,00

[ 2000 - 152 pagine ]

PROVE TECNICHE Ed ecco che Marino inventa la storia di Gregorio, un bambino del nostro entroterra, quell’Ulivopoli che ama e odia per tutta la fatica che ha imposto al padre: il quale è preso dalle parole di un frate marista che arriva da Mondovì, per proporre a Gregorio, con la scuola, un mezzo per fuggire alla fatica dell’ olivìcoltura. Gregorio si convìnce, ma dirà, nelle ultime pagine del suo lìbro, che, morto il padre, «le terre sono pur sempre una grande responsabilità». Gregorio parte per la conquista di uno sconosciuto Piemonte. Scopre presto che il probandato è una casa in cui tutti i bambini obbediscono a strane leggi sul silenzio, per cui è praticamente impossibile intrecciare rapporti di amicizia con i coetanei. Il piccolo che provìene dall’assoluta libertà di Ulivopoli si adegua, col cuore gonfio di tristezza: trova conforto alla solitudine che lo avvolge nello studio. In fondo, questo volevano i frati: infatti ai genitori, che vanno a fargli visita, confermano che il loro figlio è bravo in tutte le materie, compreso il latino. Prima che finisca la terza media, Falconi Leo, col quale Gregorio ha intavolato una certa amicizia, una notte evade clandestinamente, e si perdono le sue tracce. Promosso dopo tre anni di probandato, Gregorio ottiene dai genitori di rimanere a casa, per frequentare l’Istituto Magistrale che può raggiungere quotidianamente con la corriera: niente più disciplina, come dai frati, Gregorio passa ad un senso euforico di libertà, per cui frequenta saltuariamente, solo per dimostrare a se stesso che è libero di fare ciò che vuole. Ma i professori lo tengono d’occhio e prendono provvedimenti, con la conseguenza che anche i compagni lo evitano. Dopo anni di desolata solitudine, alla ricerca di se stesso, trovìamo Gregorio, come privatista, davanti a una commissione per un esame di Stato che lo coinvolse; per i raggiri di uno «squaletto democristiano», candidati impreparati ottengono la maturità, mentre lui, colpevole di non far parte del gregge dei raccomandati, è respinto. È il primo dolore della sua vita: un dolore che è molto più amaro per la realtà che gli mette davanti, a cui, neanche gli anni del probandato di Mondovì l’avevano preparato. Arruolato come fante, per un errore dei superiori, finisce nel corpo dei bersaglieri: la cosa non dispiace a Gregorio, ma la scoperta dell’errore, in cui disinvoltamente sono caduti i suoi superiori, contribuisce a disorientarlo. In caserma, poi, tornano le regole, molto più dure di quelle dei frati Maristi. Ma nelle camerate gira l’hascisc, e tutti ne fanno uso, perché con quello almeno si può ridere in compagnia, anche se, dopo l’uso, lascia l’amaro in bocca. Anche Gregorio impara a ridere con l’hascisc: come gli altri, dimentica la sua solitudine con la droga. Finito il servizio militare, Gregorio cerca di rintracciare quel Falconi Leo col quale aveva scambiato qualche parola, ai tempi del probandato di Mondovì. Lo trova nell’hinterland milanese e conosce la sua tragica fine. Gregorio piange sulla solitudine di Falconi Leo, sulla sua solitudine: piange vagando per un paese sconosciuto, ma il suo non è un pianto liberatorio. Torna a Ulivopoli, dove lo aspettano le responsabilità dell’uliveto, e di una madre vecchia e stanca. Gregorio si è fatto furbo, cammina con i piedi di piombo, dirige la sua solitudine. (Maria Castellini, 2001)

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi