Duçi Paísi

di Mario I. Lepre

10,00

[ 1998 - 114 pagine ]

RECENSIONE Lepre, con questa raccolta, ritorna alla sua naturale vocazione di poeta dialettale, con il suo linguaggio caratteristico e con le varie fonti di ispirazione. La sua poesia rivela una notevole carica introspettiva, una religione delle memorie, un profondo senso della famiglia e dell’amicizia, una piena valoriuanone dei sentimenti. Tuttavia  l’autore attinge i temi dell’ironia e della satira garbata e spinge lo sguardo sui panorami e sui borghi di un antico mondo figure che sta scomparendo ma che lascia nel cuore la nostalgia dei ricordi. Anche quando le sue poesie sono improntate sui temi descrittivi, si sente sempre il segno di una profonda interiorità. Gùnther Anders scrisse: «Soltanto quando abbiamo chiuso la porta dietro di noi, il “fuori” diventa visibile. Soltanto quando siamo diventati monadi, privi di finestre, l’universo si riflette su di noi». Volendo individuare più specificatamente i temi poetici dominanti in questa raccolta, credo che si possano indicare tre direzioni sostanziali: il sentimento che dà la stura ad una serie di valori positivi, estremamente necessari ad una società disumanizzata come la nostra. Ecco allora emergere gli affetti, l’amicizia. Il secondo tema è quello della memoria: può sembrare un rigurgito di nostalgia. Però, se si approfondisce il contenuto dei versi, si scopre che è la volontà di recuperare una continuità di valori. Le situazioni, i personaggi, i luoghi sono occasioni per testimoniare un cammino di cui ci si sente partecipi a pieno titolo. Il terzo tema è quello della natura e del paesaggio: i luoghi dell’infanzia, i borghi liguri, le scene della natura non sono momenti oleografici dipinti con tono acquarellistico, ma vero recupero di luoghi di vita, di situazioni dell’ anima in cui il susseguirsi delle stagioni e il richiamo alla povertà sono forme di coscienza esistenziale. Infine non mancano alcuni testi ironici, quasi che il poeta voglia far capire, con tono garbato, che c’è anche un modo scanzonato di vedere le cose. L’ironia talora si trasforma in apologo, come in una gustosa favola di Fedro o Esopo (“A lumaça e a genestra”). [Francesco Gallea]

DELLO STESSO AUTORE, Una lunga notte – Cei, 2001

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