Lenga de ma’ (Il linguaggio del mare)

di Luigi Oliva Costanzo (Luì Cerìn)

Prefazione di Giorgio Pistone

Illustrazioni di Libereso Guglielmi

Grafica di copertina di Andrea Novaro

10,00

[ 1998 - 112 pagine ]

RECENSIONE Il linguaggio del mare è fatto di arguzia, di saggezza, di esperienza vissuta che non diventa mai saccenza; è il linguaggio di chi conosce il valore delle cose e soprattutto il valore della vita. Il contatto col mare unisce i popoli e permette di guardare alle cose attraverso un filtro un po’ particolare che spesso alla gente di terra manca. Il linguaggio del mare è certamente simile nella sostanza dovunque; la lingua con la quale questo linguaggio universale si esprime varia invece da zona a zona. Costanzo Luigi Oliva, sanremese col gusto della ricerca, da anni va raccogliendo i detti, i proverbi, i modi di dire dei naviganti liguri di ogni tempo. Ora ha riunito in un volume il frutto di questo lavoro certosino: ne è venuto fuori un quadro vivace e ricchissimo. Oliva ha dedicato il suo Linguaggio del mare alla Liguria, una terra che nel mare e sul mare ha trovato nei secoli la ragione della sua esistenza. (New Mag, 1998)

LUI CERIN La nostra generazione ha gustato o, come si dice in dialetto, a l’ha pitulàu (ha piluccato, gli acini dal grappolo d’uva) le cose più o meno belle che sanno di Medioevo e quelle più o meno belle che ci portano verso il futuro. Dagli inizi del ‘900 ogni dieci anni sono paragonabili a un secolo e poche persone sanno gustare il frenetico accavallarsi di usi, costumi, mode e tecnologie. Pochi sono i cercatori d’infinito. È inutile vivere come bruti senza capire e gustare i frantumi di un tempo di cui nessuno ricorda più niente. Chi è Luì Cerìn? Non è uno studioso, anche se è laureato in pedagogia, con una tesi sulle streghe della Valle Argentina, chiamate erroneamente Streghe di Triora. Non è un marinaio, anche se è bagnino, non è un ragioniere anche se lavora come impiegato nelle gloriose Poste Italiane trasformate di recente nell’Ente Poste. Non è un politico, anche se fu Ministro delle Poste, dei Confini, della Storia nel Libero Principato di Seborga. Non è uno studioso di testi sacri, anche se custode e cantore di uno degli oratori più belli e Secreti della Scarpéta: N.S. dei Dolori. Luì Cerìn è un curioso… semplicemente un curioso frenetico, che vuole scoprire tutto quello che ama e far suo il «genius loci», l’angelo tutelare della cosa amata. Il nome Luì Cerìn è un retaggio medioevale, un nome composto, che si potrebbe tradurre con «Luigi acciarino», forse perché il personaggio che lo ebbe per primo prendeva fuoco facilmente. Non bisogna dimenticare che il nomen, per i latini come per i nostri vecchi, era anche un omen (augurio e presagio). Era, fin dalla nascita, un nome di riserva, una specie di ruota di scorta. Lo conoscevano, lo usavano solo gli intimi. Cautela antica: nasce dal fatto che chi conosce il nostro nome, possiede, ahimè, anche un po’ della nostra persona, come chi si è impossessato di una ciocca dei nostri capelli o di una nostra foto… Non si sa che uso magico possa farne. Anche Luì Cerìn è uomo che si infiamma quando vede storture e ingiustizie, soprusi e dimenticanze. Luì Cerìn non dimentica.Anzi, con questa pubblicazione, vuole essere la nostra memoria, vuole riscaldarci il cuore e rinverdire in noi il ricordo del passato. (Giorgio Pistone)

DELLO STESSO AUTORE Lenga de tera – Cei, 1999

 

 

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