C’è un racconto nella Repubblica di Platone che probabilmente è l’unica cosa di questo filosofo che molti studenti continuano a ricordare anche anni dopo la fine degli studi superiori, ed è il mito della caverna. Che poi un mito non è, anche se i manuali scolastici continuano a definirlo tale, ma è piuttosto un’allegoria, una grande metafora della condizione umana e dei tentativi degli uomini per liberarsi dalle tenebre dell’ignoranza per accedere alla luce della conoscenza. Immagina di vedere degli uomini in una sotterranea dimora a forma di caverna … dice Socrate-Platone al suo interlocutore… e immagina che questi uomini siano costretti dalla nascita a guardare soltanto davanti a sé, senza potersi voltare. Alle loro spalle l’apertura della caverna lascia passare la luce di un fuoco che proietta sul muro davanti ai prigionieri figure che si muovono, gesticolano, parlano, compiono azioni. Come gli spettatori odierni che assistono ad un film e si lasciano coinvolgere tanto dalle immagini che passano sullo schermo da dimenticare che ciò che vedono non è realtà, ma finzione, così i prigionieri platonici scambiano quelle ombre per realtà, e poiché essi non possono muoversi né voltarsi, a differenza degli spettatori che ad un certo punto, finito il film, escono dalla sala, ciò che vedono esaurisce tutto il loro mondo, non sospettano che esista un’altra realtà, né che ciò che vedono e ascoltano siano soltanto ombre e suoni immaginari.
Nello scritto platonico il significato di questa allegoria è abbastanza esplicito: affidata unicamente ai sensi, la nostra conoscenza scambia le ombre per persone vere e l’illusione per realtà. Quei prigionieri siamo noi, quando crediamo soltanto a quello che vediamo senza sottoporlo alla critica della ragione, assorbendo passivamente immagini e percezioni e suoni. Forzando un po’ il testo platonico (ma solo di poco), potremmo dire che la caverna rappresenta anche il mondo claustrofobico del senso comune, l’immagine di una finzione che viene accettata come reale perché corrisponde ai nostri desideri e fornisce sicurezza ai nostri pregiudizi, dispensandoci dalla fatica di pensare. Tutto sommato, la caverna è un luogo rassicurante, tanto che, se uno dei prigionieri riesce a liberarsi e ad uscirne fuori, scoprirà certo un mondo di luce e giungerà alla vera conoscenza, ma qualora tornasse per raccontare ai suoi vecchi compagni incatenati ciò che ha visto nessuno gli crederà e correrà anche pericolo di vita. Il racconto della caverna concentra tutti i principali aspetti della filosofia platonica, ma la sua forza evocativa va al di là di questa e l’allegoria è stata ripresa più volte, nel corso del tempo, sia da filosofi che da scrittori. Francesco Bacone, filosofo inglese del Seicento, se ne è servito per indicare gli errori e i pregiudizi individuali (idola specus) che ostacolano il cammino verso una conoscenza più scientifica; F. Durrenmatt, scrittore svizzero del Novecento, in un bellissimo racconto, L’inverno di guerra nel Tibet, narra che nelle gallerie di un massiccio montuoso dell’Asia vengono ritrovati dei graffiti lasciati da un mercenario che era sopravvissuto alla catastrofe della guerra atomica. Il mercenario e i suoi compagni vedono delle ombre armate di mitra muoversi sulle pareti della caverna e, scambiandole per i veri nemici, il mercenario spara sulle ombre; i proiettili, rimbalzando sulle pareti, uccidono prima i suoi compagni vicini e alla fine viene ucciso lui stesso. Per Durrenmatt, il mondo della caverna è quello dell’aggressività, della lotta contro nemici che in realtà non esistono: nella follia della guerra l’uomo crede di uccidere dei nemici, ma in realtà uccide se stesso
La caverna come luogo dell’illusione e delle false certezze; degli incubi privati e dei privati sogni di onnipotenza; luogo di semplificazioni dove una realtà distorta e appiattita appare, agli occhi e alle menti degli inconsapevoli prigionieri, unica e portatrice di verità. Se ci pensiamo bene la televisione è oggi la nostra caverna personale. Di certo, con molte differenze rispetto alla caverna platonica o a quella di Durrenmatt, ma nella sostanza la televisione svolge lo stesso ruolo. Ci semplifica la vita, scegliendo per noi ciò che di importante succede nel mondo, dato che quello che non appare non è per definizione importante; ci rassicura, facendoci assistere a individui che vincono milioni o miliardi solo rispondendo a qualche domanda, e se è capitato ad altri può succedere anche a noi; interpreta per noi eventi complessi, risparmiandoci lo sforzo di elaborare complicate teorie personali; si preoccupa della nostra salute mentale, facendoci vedere centinaia di immagini strazianti, genocidi, bambini sfruttati o morti per denutrizione o per AIDS, ma interrompendo ogni tanto le sequenze con gli spot pubblicitari: e come si fa a continuare a mantenere alto il livello di commozione, di orrore o di rabbia di fronte alla pubblicità di un pannolino o di un detersivo? La televisione è la nostra caverna non per le cose che dice, ma per quelle che non dice e per come rappresenta quelle che dice. Sulle pareti della caverna platonica non si vedevano tutte le ombre della realtà, ma soltanto le ombre di quelle figure che passavano davanti all’apertura della caverna; allo stesso modo, la televisione seleziona informazioni, immagini, dati, discorsi per restituirci il fantasma di una realtà deformata, rimpicciolita, ricostruita allo scopo di fornire l’interpretazione che si vuole mandare ai telespettatori. Non c’è bisogno di supporre negli addetti ai lavori, tranne in qualche caso, una consapevole intenzione di ingannare: la televisione mente sempre poiché nessuna sequenza di immagini è neutrale e nessuna ricostruzione di vicende può essere obiettiva. Questo è un aspetto scontato, ben conosciuto dagli studiosi delle comunicazioni di massa, sul quale non varrebbe la pena di insistere, se non lo si dimenticasse troppo spesso. Giacché, in realtà, la maggior parte delle persone crede alla televisione, le sue opinioni sono dipendenti da quelle espresse dal canale preferito, accoglie quello che vuole sentirsi dire e rifiuta ogni confronto, non si sente sfiorata dal dubbio che siano possibili altre verità, altre realtà. La televisione è la nostra caverna raffinata e tecnologica, strumento di informazione e nello stesso tempo di inganno permanente. E quanto più l’evento è complesso, come la guerra ad esempio, tanto più l’informazione passa in secondo piano rispetto alla persuasione: il linguaggio si fa ancora più banale, ripetitivo, retorico, pieno di luoghi comuni spacciati come perle di saggezza. A differenza dei prigionieri platonici, per i quali le ombre sulle pareti erano tutta la realtà, noi però sappiamo che ciò che vediamo sullo schermo televisivo è un’edizione ridotta, e stravolta, del mondo reale. Possiamo muoverci, spegnere e uscire, leggere giornali, libri, ascoltare e parlare con persone diverse. Dobbiamo soltanto ricordarci di farlo. (New Magazine – novembre 2001)

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi