Maria Marvaldi io la ricordo che ero proprio bambino, forse all’asilo froebeliano, nei primi anni Venti, tra le giovanissime maestre che venivano a fare il tirocinio. Certo di quel tempo, e del gruppo delle maestrine in cui mi coinvolgeva la mia dolce sorella Pepina, mi è rimasta di lei – indimenticabile – l’immagine di una ragazza molto carina e vivacissima, svelta e acuta nel parlare, come è ancora oggi, in verità, che ha superato, con lucidità e vigore sorprendenti, e non da poco, la soglia dei novant’anni. Ma, al di là di questo filo tenace e sottile del ricordo fanciullesco, avverto, nel leggere, commosso, questa sua rievocazione, un rapporto e un legame quasi famigliari, perché anch’io vengo dalla stirpe dei bottegai e appartengo alla schiera di chi è cresciuto sotto i portici, tra u Rundò e a Simma d’ineja. Ho giocato anch’io, solo un poco più tardi del fratello di Maria e dei miei fratelli, sulla piazzetta dell’Unione e su piazza Bianchi; ho compitato sulle insegne dei negozi – quanto a lungo fu un mistero quella parola che leggevo, Coniugi, sulla drogheria dei Coniugi Baggio! – ho fatto in tempo a comprare le paste da Maddalon, a subire il fascino dei francobolli di Balilla, a vedere il passaggio dai Bonavera ai Novaro della favolosa farmacia ottocentesca e a restare a bocca aperta ai primi film in serie al cinema Dante. Anche per me, dunque, i sporteghi sono stati l’inizio della vita e, a lungo, il centro del mondo, e il riparo ancora, nella casa dei miei, dopo la tempesta orrenda della guerra e della deportazione nei lager tedeschi. Così questa passeggiata a cui mi induce e guida ora Maria Marvaldi, in un luogo noto e caro, e per un tempo lungo quasi un secolo, questo che sta per concludersi, diventa per me un dono emozionante e meraviglioso. E lo sarà, ne sono certo, per tanti altri onegliesi, non solo per gli anziani, ma per le molte generazioni che sono cresciute, avendo qui il punto essenziale di riferimento, il luogo topico della spesa quotidiana, dello shopping (come oggi si dice) e degli acquisti; dello svago del passeggio serale e degli incontri tra amici e tra innamorati, nei giorni feriali e in quelli di festa, in un pulsare continuo, fino alle ore piccole, quando i portici divenivano il rifugio dei sofferenti di insonnia. Anche i più giovani, credo, potranno sentire in questa nitida e affettuosa rievocazione il gusto dei tempi andati, il piacere della scoperta degli antenati, del chi c’era prima, la lezione dell’inesorabile scorrere del tempo, del mutare di usi e abitudini, del variare dei consumi, del succedersi incessante di imprese e famiglie nel commercio cittadino: uno specchio della vita. Maria Marvaldi ha usato per questi suoi ricordi un’invenzione letteraria antica, antichissima, che viene addirittura dai tempi di Omero: quella del catalogo, della enumerazione della navi, degli eserciti, dei combattenti e degli eroi in fila ordinata, uno dopo l’altro. L’idea è, dunque, quella semplice dell’elenco, e delle vicende, di tutti i negozi dei portici, dal Rondò alla Crociera, anzi fino all’inizio del Carrugiu Noevu, i portici di destra e quelli di sinistra, quelli dei signori e quelli dei poveri. Non so se questa denominazione è ancora d’uso comune; lo fu, certamente, a lungo e non già, mi sembra, per una qualche diversità merceologica, perché c’erano caffè, tabaccai, orologiai, negozi di tessuti e calzature, salumerie e macellerie dall’uno e dall’altro lato e di identico stile e livello e nemmeno, penso, per le differenze sociali, perché c’erano signori, professionisti, commercianti e redditieri ai primi piani e poveri, operai e artigiani nei mezzanini e nelle soffitte dei palazzi dell’uno e dell’altro ordine di portici. All’origine di quella definizione c’era forse una diversa frequentazione sociale e politica del passeggio, perché sotto i portici ci si incontrava anche per conversare e discutere, quasi si trattasse della sala di un club, e una certa distinzione tra destra e sinistra risale già al tempo in cui i portici furono costruiti! Negozio dopo negozio, Maria Marvaldi configura così una mappa e una storia del cuore di Oneglia: un quadro complesso dell’evoluzione topo grafica, delle strutture edilizie _ negozi, retrobotteghe, orti – dell’asse fondamentale della città; un’analisi attenta delle attività e delle ditte commerciali; una rievocazione fitta di famiglie e di personaggi che sono rimasti nell’immaginario collettivo degli onegliesi – da Reghezza a Strolla, a Elvira a a cappelloia, da a Brenotta a Felisina, da Marassi a Balilla, da Armelio a Novarini, da Tarditi a Oddo, a Berio, da Pipotto a Bellamano. Sia chiaro: l’intento del libro non è quello di tracciare un bilancio storico dell’economia, o, più modestamente, del traffico commerciale, anche se il lettore può essere sollecitato da questo racconto a tante riflessioni interessanti, quali, ad esempio, il progressivo diminuire nella zona dei portici delle attività artigianali, lo spostarsi dell’asse dei negozi dal settore alimentare a quello dell’abbigliamento, la trasformazione del campo delle stoffe, dei tessuti, delle scarpe a mano in quello delle confezioni; e – anche se non è difficile tirare certe somme – quali imprese e quali insegne abbiano resistito e quali no al mutare dei tempi e delle sorti e alla spinta della modernizzazione. Ciò che muove in verità questa ricerca è la forza dei sentimenti, il legame profondo con la propria famiglia, con la bottega e la casa dei vecchi, la nostalgia di un piccolo, favoleggiato mondo antico, il richiamo struggente del tempo perduto, dell’infanzia e della giovinezza. Bisogna avere sentito Maria Marvaldi raccontare a viva voce queste storie dei portici per avvertire quale gusto, quale piacere possano esserci nell’esercizio di una memoria, mentale e visiva, così acuta e precisa, quasi prodigiosa, come la sua. Questa gioia di raccontare il passato, di svelarne il volto segreto o dimenticato, di eccitare la curiosità su cose e persone che ora sono scomparse, ma sono state vive, operose e importanti qui nei negozi dei portici, resta intatta nella scrittura, limpida ed essenziale. Il divertimento che questa passeggiata rievocativa ha suscitato in lei si trasmette anche a noi: leggiamo con interesse e partecipazione, ora con un lieve sorriso, ora un po’ a bocca aperta, ora commossi per avere all’improvviso riacciuffato nel profondo della nostra memoria un volto amico, una vicenda gustosa; ed impariamo anche qualcosa, come dice Maria Marvaldi, della storia minima, ma autentica e significativa, della nostra Oneglia. (Prefazione del libro)

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