UNA PAGINA «È destino del signor Gian Domenico avere acuti gli occhi, l’udito e il cervello. Ma ciò non comporta tutti i vantaggi che si potrebbe credere. Sguardi e mente cospirano a segnalare che a proposito dei cieli si manifesta un altalenante ondulìo di tesi e antitesi e non c’è criterio visibile per una scelta tra di esse. Mette gli occhi all’oculare. Non bastano né l’attenzione concentrata né gli strumenti per acchiappare intera la maestosità del cielo, delle rivoluzioni che vi si svolgono e dei tempi che le regolano. Ci vuole una rivoluzione di intensità nell’animo di chi osserva. Si mette agli oculari ed ecco lì le stelle. Ordine impassibile, forme immutabili, questo s’è sempre detto che siano i cieli. E invece no. A lui pare che siano le stelle a “venire” sulla Terra, a farsi avanti se non altro con la loro luce; ed è un brillìo palpitante, forse è un cenno ammiccante, una strizzatina d’occhi, l’inizio di un colloquio. Si ferma un attimo: “Ma in realtà sono io che corro incontro a loro per conoscerle, con la vista potenziata dai telescopi”, come la riva sembra proiettarsi a inseguire i flutti: sensazione provata a Saint Malò quando l’onda di marea, che in precedenza era montata di 18 braccia (10 o 11 metri), si ritirava e il lido sabbioso pareva rincorrerla, tallonando da presso l’acqua in retrocessione: spinto in avanti il lido fors’anche dall’attenzione incitante ed ipnotica di Gian Domenico? Ma subito l’astronomo torna a bilanciarsi sull’idea che il soggetto attivo siano le stelle. Questi astri è possibile che abbiano un bisogno virtuoso, un desiderio stringente di essere guardate da qualcuno. “La polvere cosmica ha dato il suo buon contributo alla nascita della vita sulla Terra. Inoltre, senza quella stella decisiva che è il sole, il confuso  magma primordiale non avrebbe mica potuto muovere a enucleare le prime forme di vita – ragiona le Silencieux, mentre sposta la testa in angolazioni diverse a seconda che provi sicurezza o perplessità -. Dunque le stelle hanno mostrato di volere che nascesse l’uomo e di conseguenza ci fossero occhi che le ammirassero nella gloria dei loro abiti da festa”. Inoltre le stelle indurrebbero gli uomini a credere che siano stati loro ad averle scelte, dimodoché gli uni si sentirebbero quasi Dio e le altre fingerebbero di essere nello stato di grazia dell’eletto, del prescelto da Jeovah. È pensabile che nella voglia delle stelle di essere guardate non ci siano di mezzo questioni estetiche, compiacimenti di sé, vanagloria. È possibile che esse si chiedano: che ne sarebbe di noi se nessuno ci guardasse? Saremmo mai esistite senza quegli occhi? Può essere che un rinforzo umano serva a sottrarle al precipizio del nulla; e ciò risulta francamente rassicurante per le umane sorti, perché, estratta dal cappello a cilindro degli astri, l’umanità, di cui le stelle hanno stretto bisogno, può sperare che esse le assicurino ancora interi evi di sopravvivenza. Con un simile andare e venire di ipotesi a Gian Domenico la testa barcolla stranita…» (da QUANDO CANTAVA CUORE DI GATTO)

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