Quando giunsi a Rodi, nel novembre del 1942, ero un giovane ufficiale. Due anni prima mi ero laureato in lettere e filosofia all’università di Pisa, dove dal 1936 ero allievo della Scuola Normale Superiore e dove ancora rimasi fino al luglio del 1941 per un corso di perfezionamento in storia. Durante gli anni pisani avevo via via spostato l’asse dei miei studi dalla letteratura, greco-latina e italiana, alla storia moderna – dalla rivoluzione francese al risorgimento italiano – e al pensiero rivoluzionario – dall’illuminismo al marxismo. In questo mutamento di interessi e di indirizzi culturali vi era una precisa motivazione politica. Anch’io, come altri giovani della mia generazione, andavo cercando in quegli anni drammatici, tra la guerra civile in Spagna e l’aggressione nazista alla Polonia, le pezze d’appoggio, le ragioni dell’opposizione e della cospirazione contro il regime fascista. Forse per me fu più facile che per altri capire che il fascismo era fondato su una ideologia di carattere imperialistico e colonialista che fomentava il culto della violenza, della forza, del bellicismo e che nel patto tra Hitler e Mussolini apparivano, con chiarezza crescente, il disegno e l’obiettivo del predominio in Europa attraverso la guerra. Più facile capire per me, dico, perché ero cresciuto in una famiglia e in un ambiente, il piccolo centro industriale e mercantile di Oneqlia, dove avevano avuto un notevole vigore le idee e le organizzazioni di sinistra, socialiste e comuniste. Così, per tradizione familiare, per educazione e per convinzione, maturata negli studi e nel rapporto con bravi e rigorosi maestri e con le organizzazioni antifasciste operanti nella clandestinità, io mi ponevo di fronte alla guerra con l’animo di chi è persuaso che la salvezza dell’Italia stesse nella sconfitta del fascismo.

Questa premessa era indispensabile per rendere chiaro con quali sentimenti travagliati e dolorosi, io giunsi a Rodi. Avevo già vissuto come un gesto infame, nel giugno del 1940, la dichiarazione di guerra alla Francia agonizzante. Avevo considerato poi una vergogna inaudita l’aggressione alla Grecia. Chiamato alle armi nel luglio del 1941, ho passato mesi e mesi sotto i colpi di avvenimenti bellici che sembravano tragicamente smentire ogni previsione, e speranza, di resistenza, di freno al dilagare delle armate naziste. Ma ora, nella sosta tristissima alla tappa del Pireo, nella visione di Atene, giovanilmente sognata nella gloria del Partenone e scoperta invece nella desolazione e nella miseria, e nella fame dell’occupazione di eserciti stranieri; ora, di giorno in giorno, si può avvertire, nella confusione, nel disordine, negli assilli dei comandi italiani, che qualcosa viene cambiando nel vento della guerra. Si combatte ormai da un capo all’altro del mondo. In campo sono scesi anche il Giappone e gli Stati Uniti. Ma in Africa l’Asse subisce sconfitte pesanti e a Stalingrado viene bloccata e umiliata l’arrogante potenza nazista.

Il viaggio dal Pireo a Rodi era stato bellissimo. Non avevo mai fatto un così lungo e favoloso percorso per mare, su una nave italiana, adibita al trasporto passeggeri (la Città di Milano, mi pare). L’impatto con l’isola fu di grande e serena dolcezza, come se per mare io fossi giunto a casa mia, nel Ponente ligure, al porto di Oneglia, con alle spalle le colline fitte di ulivi e di pini. Allora, di Rodi, vidi solo il porto. Per la quarantena, noi soldati e ufficiali fummo portati su una collina, in un attendamento poco funzionale e anche disagevole. Poi raggiunsi il reparto a cui ero stato destinato: una batteria del 57′ Reggimento di artiglieria, posto a difesa del campo di aviazione di Gaddura, nella baia di Calato, alla cui estremità, alta sul mare, stava Lindo. In questo luogo, che ora so e vedo da qualche immagine fotografica profondamente trasformato, certamente più ricco ed accogliente e bello, ma allora di inaudita bellezza, io ho avuto la ventura di trascorrere – dal dicembre 1942 al settembre 1943 – uno dei periodi più sereni, calmi e dolci della mia vita. Non posso dire un tempo felice, perché incombeva la guerra e l’incertezza del futuro; perché ero lontano dall’Italia e dai miei cari; perché nel rapporto, raro, non semplice, con la gente di Calato o di Lindo sentivo che eravamo stranieri, ed ora forse anche nemici, e certo più lontani ed estranei che in tutto il tempo della presenza italiana nel Dodecaneso. In verità, quel settore del Mediterraneo era ormai una zona morta, tagliata fuori dai progetti strategici degli eserciti alleati, mentre per tedeschi e italiani si trattava sempre più di tenere le posizioni, o al più di rafforzarle per i tedeschi, come fecero dalla primavera del 1943 quando iniziarono a mandare presidi a Rodi e in altre isole dell’Egeo, comprendendo che l’Italia non era più in grado di reggere.    Così per quasi un anno ho vissuto come in una vacanza incredibile. In quell’aeroporto di Gaddura giungevano rarissimi gli aerei, solo per qualche trasporto (dei tedeschi); a nessuno, dico gli inglesi che tenevano Cipro, è mai venuto in mente di azzardare qualche incursione; le esercitazioni con i nostri vecchi cannoni della prima guerra, adattati per la contraerea, avevano poco senso, e io ricordo solo una gara con la moderna e vicina batteria tedesca con tiri contro sagome di navi in mare. Sulla collina, a ridosso della grande strada e a breve distanza dal mare, ho vissuto così giorni e giorni di sole e di vento, vicino ai soldati, giovani di leva quasi tutti di origine pugliese (più tardi arrivò una compagnia di settentrionali, lombardi, più anziani, per esercitarsi con i cannoni tedeschi, come se assurdamente dovessero cederli un giorno agli alleati italiani!). Anche se erano coetanei, per quei soldati ho cercato di essere un po’ come un maestro che raccontava la storia del nostro Paese, e i percorsi tortuosi che ci avevano condotti nel 1911 in Libia e poi in quella Rodi fantastica. Ho ancora giocato sulla sabbia, e gareggiato a nuotare e a correre, con impeto e gusto giovanile, come non mi accadrà più nella vita. Ho passato ore in lunghe partite a bridge con altri ufficiali, consumando sacchi di mandarini più dolci e gustosi di quelli siciliani. Ma soprattutto ho continuato a coltivare le mie passioni storiche e letterarie, preparando uno studio su uno dei grandi del nostro Risorgimento, Carlo Cattaneo, la guida nel 1848 dell’insurrezione di Milano contro gli austriaci: tante note,  appunti perduti poi nella tempesta che si accese e ci travolse dopo l’8 settembre.    La scoperta di Lindo e di Rodi fu sconvolgente. Al fascino della natura, alla limpidezza azzurra del cielo e del mare incontaminato, alle colline ora dolci ora impervie, ed anche alle piante, ai fiori e perfino agli sterpi ruvidi del Mediterraneo ero in larga misura preparato dal paesaggio e dall’ambiente non molto diversi del Ponente ligure o della Versilia toscana: i luoghi della mia infanzia e della mia giovinezza appena un poco meno intatti, meno selvaggi per le esigenze già allora imperanti del turismo. Ma vedere e conoscere Lindo e Rodi, ben dentro le vie, le piazze, le chiese, le case, e i monumenti antichi, significava capire di colpo il legame profondo, più sorprendente ancora delle affinità di natura, dal clima al paesaggio, quello della civiltà, della cultura, del costume, insomma della storia che stringeva da secoli e secoli le genti del Mediterraneo. Per me, giovane ligure, e per il giovane pugliese, che mi accompagnava nell’intrico delle vecchie strade, Rodi poteva essere sentito come un paese nostro, e per ragioni più vere e più forti che non fossero – non dico quelle della presa dell’isola con la forza – ma quelle della costruzione, che pur c’era stata, di vie, edifici, servizi nuovi e moderni.    Nella preferenza, ed anzi in quel mio stupefatto amore per la bellezza della Rodi antica, rispetto a quella del littorio, è chiaro che si manifestava anche un polemico sentimento politico, quello dell’antifascista, che esagerava magari nell’ammirare le cose perché non riusciva, come avrebbe desiderato, a costruire un rapporto, una comunicazione, un’amicizia con le persone, con i greci e i turchi di Rodi. Non era per nulla facile avviare una qualche relazione, aprire un varco per la fiducia e la confidenza reciproca, al di là degli incontri casuali ed insignificanti. Per me, poi, a parte Rodi, che poteva essere solo meta di rare e rapide visite, le occasioni di incontro tra Malona e Lindo non potevano essere molte – qualche contadino che ci riforniva di arance, qualche operaio che veniva a darci una mano per costruire o riparare una casermetta, qualche commerciante o professionista di Lindo. E soprattutto non era facile perché io cercavo interlocutori che mi consentissero non tanto il piacere consolante di una amicizia quanto la comprensione dell’animo, delle attese, delle aspirazioni delle popolazioni dell’isola. Pure, nonostante le diffidenze e le paure, sono riuscito, in particolare dopo la caduta del regime fascista, il 25 luglio, ad avere io, ed altri ufficiali, come me determinati ad affrontare un eventuale scontro con i tedeschi, un qualche contatto, una qualche discussione sul che fare, con rappresentanti della comunità greca di Lindo. Un filo assai esile, anche perché non ci sembrò allora di avere di fronte una qualche organizzazione, ma solo un moto di opinione, un orientamento della gente che non nutriva particolari sentimenti di rancore e di odio verso gli italiani, che ci preferiva certo ai tedeschi, ma che non voleva saperne più né degli uni né degli altri, e che aspirava, come spesso accade ai popoli delle isole, a essere pienamente liberi, al di là delle appartenenze etniche, linguistiche, culturali, di una qualche patria remota.

Noi – i soldati italiani, dico, che avevano ormai capito che il fascismo era crollato, che la guerra era perduta – non avevamo alcun dubbio che la presenza dell’Italia a Rodi e nel Dodecaneso stava giungendo, com’era giusto, al termine; volevamo solo, in modo chiaro e schietto, tentare un qualche accordo con le popolazioni locali per avere aiuto nell’eventualità di un’aggressione tedesca, per difendere la nostra vita, e per dare, a nostra volta, sostegno e solidarietà alla causa della libertà di Rodi. Ma non ci fu il tempo. Quando, dopo 1’8 settembre, si accese immediatamente una serie di confusi e feroci combattimenti che i generali italiani spensero presto, nel giro di qualche giorno, subendo e imponendo la nostra resa al Comando tedesco, non mancarono certo gesti di comprensione e di solidarietà, ed anche aiuti a cercare una via di salvezza, da parte di singoli e di gruppi di cittadini di Rodi che avevano ben maturato una coscienza antifascista, e una speranza, un proposito di liberazione. E tuttavia, anche in quei giorni terribili, ho pensato che non sarebbe stato saggio né giusto da parte dei patrioti, e di quanti a Rodi non amavano la presenza, e la dipendenza dall’Italia, ma ancor più avevano ragione di temere il sopravvento e il predominio dei soldati tedeschi, gettarsi in quella mischia sanguinosa, e senza prospettiva. Penso che non sia necessario che io ripercorra le vicende militari di cui sono stato partecipe e testimone tra il 25 luglio e l’8 settembre del 1943. Ho scritto, tanti anni fa, una testimonianza, pubblicata nel 1998 – L’altra Resistenza, Einaudi editore – che traccia un bilancio della deportazione e della vita nei campi di concentramento tedeschi di oltre 600.000 tra soldati e ufficiali italiani. Quell’esperienza drammatica della prigionia, del lavoro coatto, della fame, della malattia, della morte, e nello stesso tempo del rifiuto tenace a piegarsi, a riconoscere e subire l’autorità del nuovo regime fascista in Italia (la Repubblica sociale di Mussolini) e soprattutto del Reich nazista – una resistenza passiva, ma analoga per le motivazioni e gli obiettivi a quella del movimento antifascista e partigiano in Italia – muove nel mio racconto proprio dalla vicenda di Rodi, di Lero e dell’Egeo. Qui, in quella breve accensione e volontà di combattimento contro i tedeschi da parte dei soldati italiani – come a Cefalonia, nei Balcani e in altri teatri di guerra – e nella resa umiliante, io identifico un segno emblematico dell’8 settembre: che fu, non solo una dura, e ormai ben prevedibile, sconfitta militare, ma il crollo di un regime, la dissoluzione di uno stato e delle sue istituzioni – dalla monarchia all’esercito – e nello stesso tempo l’indice di una possibile rinascita.

Sotto il profilo personale debbo ricordare che nei combattimenti che si accesero, dopo 1’8 settembre, attorno all’aeroporto di Gadurra, io restai ferito da una scheggia dei colpi che la batteria italiana del capitano Viviani indirizzava coutro quella tedesca del capitano Frank. Una lacerazione vistosa alla schiena. I miei soldati pensarono che non sarei riuscito a sopravvivere. Li sentivo, fuori dal rifugio dove mi avevano portato al riparo, che commentavano commossi quella sciagura e la mia fine imminente: invece, incredibilmente, quella scheggia pesante era giunta morta e, senza penetrare, era venuta a collocarsi sotto l’ascella sinistra. Passai certo giorni atroci, in delirio, nella caverna delle munizioni, e poi all’infermeria del campo di aviazione, e infine approdai all’ospedale di Rodi. Ma ormai la scheggia si era incapsulata come in una nicchia; non venne rilevata alla radioscopia, la ferita si rimarginò rapidamente, e con quel gonfiore singolare sotto il braccio ho convissuto a lungo, per anni. Me l’hanno estratta che ero già deputato, nel 1949; e la conservo, souvenir di Rodi – e delle mie fortunose peripezie. Così dopo la guerra breve e sventurata sono tornato a Rodi, per un lungo soggiorno. Molte volte, poi, nei lager, da un capo all’altro della Germania, da Kustrin a Wietzendorf, ho pensato che quella scheggia di cannone aveva forse avuto un effetto provvidenziale: mi aveva bloccato nella mia isola mite, mi aveva risparmiato il primo orrendo inverno di prigionia che la massa degli ufficiali italiani aveva passato, con grande sofferenza, nei campi di Polonia. All’ospedale di Rodi sono stato bene, per quanto sia possibile star bene in una corsia di feriti, ed alcuni assai gravi, quando ancora la guerra continuava senza tregua, e qualche colpo gli inglesi, con aerei e navi, cercavano di portar]o anche in Egeo. CA Lero ancora si combatteva!). Bene, dico, perché, riprendendo le mie forze fisiche, si era riaccesa la ricerca furiosa degli avvenimenti, e in particolare di ciò che accadeva in Italia, ed era tornata la poso sibilità di dialogare con gli altri. L’ambiente che mi circondava era tutto italiano: le suore infermiere, il frate cappellano che a me, ateo confesso, ma latinista esimio, riusciva a far recitare l’epistola nella solenne messa domenicale!            Certo eravamo nelle mani dei tedeschi, come tutti e tutto, ma finora non avevo avvertito la stretta, e l’oppressione, della prigionia. Ma non l’avevo avvertita nemmeno quando ero stato costretto ad uscire dall’oasi felice dell’ospedale, e mi avevano mandato in una sorta di campo di concentramento, molto rudimentale. Se non ricordo male, il nome era Asguro, nelle vicinanze di Rodi. Là erano raccolti, in attesa del trasferimento in Germania, soldati e ufficiali: una sorta di campo di raccolta e di transito, con una qualche confusione, e con le frequenti visite, o meglio incursioni, di un gruppetto di ufficiali, fascisti, già aderenti alla Repubblica sociale di Mussolini, propagandisti e reclutatori, per conto dei tedeschi, di soldati disposti a continuare la guerra. Quelli che cadevano nella rete erano assai pochi. E in quel campo cominciò anche l’opera di chiarimento e di persuasione a resistere, attraverso la ricerca e la discussione di tutte le ragioni di condanna del nazifascismo. Ad Asguro però non sono rimasto molto tempo. Gli ufficiali a cui ero più legato, per affinità politica, si diedero molto da fare perché io, ancora convalescente, fossi inviato in un luogo più tranquillo e confortevole. Ci riuscirono, e così fui mandato al Vivaio (esiste ancora?), una felice e bella costruzione, che non so a merito di quale dei governatori italiani si debba ascrivere, posta sul mare, ricca di piante di ogni tipo, del tutto simile a qualche straordinario vivaio o giardino della mia Liguria. Così, dopo l’ospedale, ho avuto un’altra pausa, ancor più felice, perché al Vivaio vivevo quasi come una persona libera, potevo muovermi, parlare con i lavoratori fissi, greci e turchi, e con il gruppo di soldati italiani che erano allora distaccati in quel giardino per dare una mano alle colture e agli esperimenti. L’unico assillo era il pensiero che sarebbe arrivato un termine, che i tedeschi non mi avrebbero certo dimenticato! Ma io ho finito per dare una mano: al Vivaio entrai anch’io nel progetto di un gruppo di soldati che si erano messi in mente di costruire una grande zattera per tentare la fuga verso la costa turca, verso la libertà. E in verità quell’impresa prese il via: in un grande capannone si cominciò ad allestire la base dell’imbarcazione con grandi travi sui fusti di benzina. Non ricordo per quanto tempo si andò avanti, ma a metterei in mare non arrivammo. Giunsero prima i tedeschi, e forse fu meglio perché non so a quale avventura avremmo finito per esporci. Così tornammo ad Asguro, ma ormai il tempo dell’attesa, e della vacanza, per me si era consumato. Era giunto il turno dei militari italiani che ancora erano rimasti a Rodi. Il giorno della partenza fu 1’8 di febbraio sulla nave da carico Oria. Facemmo tappa a Lero, tra le desolate rovine, per tutto febbraio, e poi fortunosamente giunsi al Pireo. L’inverno era passato. A marzo, nella Prussia orientale, nel lager di Kustrin cominciò un’altra fase della mia odissea.

A Rodi non sono più tornato. Nell’aprile del 1945, appena liberato dagli inglesi, all’altra estremità della Germania incontrai, a Bergen, due ragazze di Rodi, due giovani della comunità ebraica che i tedeschi nella loro irrefrenabile follia avevano deportato tutta per eliminarla. Ma loro erano sopravvissute nel vicino lager di Belsen. Per quel filo miracolosamente riannodato, facemmo grande festa, giurammo di incontrarci ancora dopo la pace nell’isola, mi diedero i loro indirizzi. Ma a Rodi non sono tornato. Così per me tutto è rimasto nitido, immobile – il mare e le colline, le palme e gli aranceti, le povere case e i monumenti solenni, i contadini con i pantaloni alla turca, le ragazze sorridenti da qualche finestra, e i soldati, gli italiani e i tedeschi – come in un sogno, tra lo sbarco dalla Città di Milano nel novembre del 1942 e l’imbarco sul mercantile Oria nel febbraio del 1944. (New Magazine gennaio 2001)

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